Un ministero dell’Economia spacchettato. Era il sogno di chi avversava la gestione troppo accentrata di Tremonti che governava dispoticamente la macchina più temibile dello Stato. Nessuno ci è mai riuscito ma ora il prossimo premier Matteo Renzi potrebbe riuscire nell’impresa. Le pressioni del Quirinale per mettere seduto alla scrivania che fu di Quintino Sella una personalità in grado di gestire i rapporti con gli enti economici internazionali potrebbero far arrivare a via XX settembre una figura che ben si attaglia a quella di Giancarlo Padoan, oggi vice segretario generale dell’Ocse. La sua capacità di relazione con l’estero gli consentirebbe di assolvere al compito di quasi ambasciatore del Tesoro a Bruxelles e a Washington presso il Fmi. Un’interlocuzione di questo genere consentirebbe di rasserenare i mercati internazionali e di evitare strappi con i rigidi censori dell’azione economica dei governi italiani, sempre timidi nell’affrontare le riforme cruciali, e sempre troppo inclini ad allentare i cordoni della borsa. Fin qui la prima fase. Seguita però dall’inserimento a capo di cinque macroaree ministeriali: entrate, spese, partecipazioni, ragioneria e banche, di altrettanti viceministri o sottosegretari di nomina strettamente politica. In altre parole basta tecnici o burocrati ma solo persone con un filo diretto con Palazzo Chigi che non delegherebbero più alcun potere decisionale ai funzionari del ministero. Questo per evitare un eccessivo strapotere dei «mandarini» di via XX settembre che, nella passata legislatura, fecero perdere la pazienza all’ex presidente del Consiglio Enrico Letta. Che più volte, anche nel discorso di chiusura del mandato, puntò il dito contro la burocrazia che bloccava buona parte delle disposizioni attuative di leggi approvate dal governo e dal Parlamento. Per spingere i superdirigenti a collaborare, poi, il nuovo governo sarebbe pronto a utilizzare anche un nuovo assetto e strumenti in mano al ministero della Funzione Pubblica. In particolare sarebbe maggiormente utilizzato il ricorso alla mobilità interregionale per i dirigenti. Che sarebbero soggetti a un monitoraggio più stretto delle loro attività e dei loro risultati. Sulla base di queste valutazioni potrebbero essere invitati a lasciare le postazioni occupate in caso di scarso rendimento e offerto loro l’alternativa: un posto deciso dall’amministrazione, anche in altre regioni, o scivoli e incentivi per uscire dall’organico.
Il ministero dell’Economia si fa in cinque
Padoan alla guida del Tesoro e viceministro politici per battere la burocrazia
