La crescita di Roberto Vannacci è stata trasformata in un’operazione politico-mediatica. La scissione dalla Lega, le polemiche con Giorgia Meloni e la rottura con il centrodestra sono state raccontate come segnali di una crisi imminente. Il messaggio era semplice: il governo non può vincere senza di lui. Una parte delle opposizioni politiche e mediatiche ha contribuito a portare Vannacci al centro della scena, presentandolo come l’ago della bilancia prima che avesse dimostrato di possedere un elettorato stabile o una proposta politica compiuta. Il linguaggio diretto e pittoresco ha alimentato l’effetto novità; la visibilità, però, non equivale a consenso consolidato. Dopo la scissione, Vannacci si è collocato all’opposizione del governo.

Per qualche mese i sondaggi hanno dato fiato a questa narrazione. Le rilevazioni più recenti indicano invece una frenata di Fn: un solo istituto registra un’accelerazione che gli altri non confermano. Il quadro suggerisce che la spinta iniziale si sia arrestata. Ipsos Doxa è la stima più favorevole a Vannacci. È legittimo discutere la distanza tra gli istituti; la tabella, da sola, non dimostra una lettura ostile di Pagnoncelli verso il governo. Mostra però quanto una rilevazione possa alimentare la narrazione se isolata dalle altre. Ed è proprio da questa narrazione che ha preso forza il tema del voto utile: senza Vannacci, si sostiene, il centrodestra rischia di perdere.
Ma il ragionamento presume un trasferimento automatico di voti, una somma matematica improbabile nelle dinamiche elettorali, e accredita come certa un’alleanza che non esiste. In politica la somma quasi mai fa il totale: aggiungere Fn al centrodestra è un’ipotesi fragile, come sommare le forze del centrosinistra in una coalizione ancora da costruire. Il voto utile spingerà gli elettori verso i partiti della coalizione, se temono che la divisione favorisca l’avversario.
Reggio Calabria ha offerto una verifica, non una sentenza nazionale. Vannacci aveva evocato la Sassonia; Giannetta ha ottenuto il 10,94%, ma è radicato nel territorio e alle regionali del 2025 aveva raccolto 10.452 preferenze con Forza Italia. Non possiamo separare il suo consenso da quello del generale. Alle suppletive ha votato appena il 22,34% degli aventi diritto. Il risultato ridimensiona Vannacci soprattutto sul piano narrativo: Roscioli ha vinto con il 51,02%, Benedetto si è fermato al 36,59%. Il campo largo ha perso: un vero tonfo, che però non ha fatto rumore.
La vicenda si è svolta mentre il centrosinistra discuteva di chi dovesse guidarlo, senza chiarire che cosa volesse fare insieme. Meloni ha cambiato passo e ha riportato al centro l’azione del governo, con una comunicazione più diretta e muscolare. I sondaggi disponibili registrano solo in parte questo cambio; è presto per dichiarare una svolta compiuta. Ma l’iniziativa del racconto è tornata alla maggioranza. Il campo largo resta fragile.
Il bilancio su Vannacci è netto: ha visibilità e un consenso tutto da verificare; ha dimostrato di essere indispensabile al centrodestra. Il “partito decisivo” è stato annunciato dalla narrazione prima che lo certificassero gli elettori. Futuro Nazionale saprà andare oltre la provocazione. Per ora, il suo peso mediatico resterà superiore alla sua forza elettorale dimostrata.
