Opinioni e commenti

I tre record di Giorgia Meloni

L’attuale governo è il più longevo, a quattro anni dalle politiche FdI è ancora primo partito e la premier la più amata dagli italiani

Da anni ormai la massima andreottiana per cui «il potere logora chi non ce l’ha» si è invertita. Il potere logora ogni governo, sottoposto a crisi, proteste, gaffe (vere o presunte) dei ministri, non-notizie che diventano l’unico argomento su cui dibattere, aspettative alte e promesse da mantenere. Di conseguenza, il potere logora anche il partito del capo del governo. E logora il leader, sul quale finiscono per concentrarsi tutte le aspettative e tutte le delusioni del pubblico, nella democrazia personalizzata e mediatizzata. Sotto questo profilo il record di Giorgia Meloni non è uno. Sono tre.

Il primo lo conosciamo bene. Il governo Meloni è diventato il più longevo della storia repubblicana. Il secondo si misura nelle intenzioni di voto. A quattro anni dalle elezioni del 2022, Fratelli d’Italia è ancora il primo partito italiano e diverse rilevazioni lo collocano sopra il risultato delle politiche. Il terzo riguarda la fiducia personale.

Nella media aggregata dei sondaggi Meloni resta davanti a tutti gli altri leader di partito. A oltre quattro anni dal voto, nessuno dei tre pilastri ha ancora ceduto. Né il governo, né il partito, né la fiducia nel leader.

È nella combinazione dei tre fattori che il caso Meloni diventa davvero raro. Ma quanto? Proviamo a fare un confronto internazionale, all’interno della stessa fase storica. Prendiamo gli ultimi cinque anni, dal settembre 2021 a oggi. La coda della pandemia, la guerra in Ucraina, la crisi energetica, l’inflazione, il carovita, i conflitti in Medio Oriente e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Una sequenza di shock che ha investito le democrate e messo alla prova, in momenti diversi, chi le governava. E prendiamo trenta democrazie consolidate. Le ventiquattro democrazie europee con un punteggio nel Democracy Index 2024 almeno pari a quello dell’Italia, più Stati Uniti, Canada, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda.

La prima domanda non è quanti capi di governo siano arrivati al quarto anniversario dell’esecutivo in carica. È quanti non ci siano arrivati.

Nel quinquennio, in diciotto Paesi del campione, si sono concluse prima dei quattro anni ben trenta esperienze alla guida dell’esecutivo. Diventano trentatré includendo due reggenze tecniche e una rotazione già concordata in Irlanda. Il logoramento, però, non coincide soltanto con il cambio del governo.

Spesso comincia quando il leader è ancora al suo posto.

La ricognizione preliminare individua almeno ventidue casi senza il primato del partito del leader e almeno diciassette senza quello della fiducia personale prima del quarto anniversario.

Nelle condizioni di Meloni, cioè tra coloro che raggiungono il quarto anniversario con i tre requisiti rispettati, troviamo solo Ardern in Nuova Zelanda, Frederiksen in Danimarca, Abela a Malta e Støre in Norvegia. A loro si può aggiungere Mitsotakis, considerando politicamente continua la sua leadership attraverso il breve governo tecnico tra le due elezioni greche del 2023. Se restringiamo il confronto ai paesi membri del G7, o alle cinque maggiori democrazie europee, il caso Meloni non è raro, ma unico. L’unico che, a quattro anni dal voto, tiene insieme la permanenza alla guida del governo, il proprio partito al primo posto e il primato personale tra i leader di partito.

È un capitale di leadership immenso per la sua rarità.

Ovviamente, non è un’approvazione in bianco di ogni politica, né la prova che tutti siano soddisfatti del governo. E, sondaggi alla mano, non è neanche una garanzia sulle prossime elezioni. La campagna elettorale del centrodestra però deve valorizzarlo al meglio.

Il campo largo proverà a trasformare il voto in un referendum su Meloni, puntando su tutto ciò che non è stato risolto. Chiederà agli elettori se stanno meglio oggi o cinque anni fa. E accompagnerà la domanda con una gara di promesse. Conte si è già portato avanti: secondo alcune stime, il programma del M5S può arrivare a costare 120 miliardi l’anno. Nulla da aggiungere vostro onore. Da destra, Vannacci proverà a fare la stessa operazione sulla sicurezza. «Ti senti più sicuro oggi o cinque anni fa?».

Una pressione su due fronti: il portafoglio da una parte, la sicurezza dall’altra. Cambiano gli argomenti, ma la logica è la stessa: trasformare ogni insoddisfazione in una ragione per punire chi governa. Non è una novità, “piove governo ladro” ha sempre funzionato.

E allora «noi o loro» deve prendere questa forma. Noi: una coalizione che ha dimostrato di poter governare insieme, di trovare una sintesi e di tenere una linea. Loro, un’alleanza che deve ancora decidere leader e programma e che al momento ha almeno 3 politiche estere diverse, a esser buoni. Chi prenderebbe le decisioni?

Con quale linea? Che cosa accadrebbe al primo dissenso su una crisi estera? Davvero credete che una telefonata di Conte o di Vannacci farebbe finire la guerra in Ucraina? Le divisioni sull’Ucraina, sul riarmo, sulla Nato, sul rapporto con gli Usa rendono queste domande tutt’altro che astratte e incidono sulla nostra vita quotidiana, dalle bollette alla pompa del carburante, fino alla serenità di uscire la sera per strada.

Sono domande che riguardano anche il costo dell’instabilità. Tempo perso nelle trattative, decisioni rinviate, impegni incerti e maggioranze rissose e ballerine riducono automaticamente la capacità di difendere il Paese. La stabilità deve essere raccontata per ciò che consente di fare, non per quanti giorni permette di restare al governo.

Meloni l’ha già detto. Ora va reso più comprensibile.

Serietà, credibilità e capacità di protezione devono quindi diventare tre ragioni per scegliere. Serietà nel promettere ciò che si può mantenere. Credibilità nel difendere gli interessi italiani. Protezione di ciò che conta nella vita quotidiana. I record mostrano perché Meloni è rimasta al governo. La campagna dovrà spiegare perché agli italiani convenga che ci rimanga.

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