Ha scelto la linea che lo ha sempre contraddistinto Enrico Letta per uscire da palazzo Chigi. Dopo dieci mesi da presidente del Consiglio, azzoppato dal suo stesso partito, ha scelto di evitare polemiche, furori agonistici e duelli. Ieri, dopo aver evitato di presentarsi alla direzione del Pd dove Matteo Renzi, fallite le ultime mediazioni, lo aspettava per leggere il comunicato con cui lo invitava a farsi da parte, ha atteso la formalità del voto che sanciva la vittoria, scontata, del segretario, e ha dettato alle agenzie il comunicato che aveva preparato fin dalla mattina: «A seguito delle decisioni assunte oggi dalla Direzione nazionale del Partito Democratico, ho informato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, della mia volontà di recarmi domani al Quirinale per rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio dei ministri». Poi, liberato da quel peso, è andato a ringraziare tutto il suo staff. E, per una sera, è tornato presto a casa. Da oggi, e probabilmente fino alla prossima settimana, i suoi appuntamenti saranno scanditi dalle decisioni che prenderà Giorgio Napolitano. Stamani Letta presiederà il suo ultimo Consiglio dei ministri, fissato per le undici e mezza e con all’ordine del giorno alcuni provvedimenti urgenti tra cui la nomina del presidente dell’Istat, poi alle quattro salirà al Quirinale per rimettere il mandato. Ma non si sa ancora quale strada sceglierà il capo dello Stato. Letta vorrebbe evitare la verifica in Parlamento, per non costringere il suo partito a sfiduciarlo pubblicamente. Ma Napolitano potrebbe invece scegliere la strada del passaggio alle Camere. Per evitare in un momento in cui si trova sotto attacco, altri attriti con i partiti. Sia Forza Italia sia il Movimento 5 Stelle hanno infatti chiesto di «parlamentarizzare» la crisi, seguendo la via istituzionale. E il presidente della Repubblica con tutta probabilità si atterrà strettamente a quanto previsto dalla Costituzione. A quel punto, quando avrà compiuto tutti gli adempimenti previsti, Letta si prenderà probabilmente un periodo «sabbatico». La sua linea è quella di «sparire» per un po’, sul modello di quanto fatto da Prodi quando venne fatto cadere nel 2006. Insomma eclissarsi e diventare una «riserva dello Stato», un uomo delle istituzioni. Per questo negli ultimi due giorni sono stati inutili tutti i tentativi fatti da Renzi e dal suo entourage di convincerlo a una mediazione, a un passo indietro senza passare dalla direzione del Pd. Letta ha voluto che il segretario del suo partito mettesse nero su bianco la sua volontà di sostituirlo a palazzo Chigi. Con il preciso obiettivo di sottolineare le differenze tra i loro comportamenti: io sono un uomo che pensa al Paese, ha più volte sottolineato con i suoi collaboratori più stretti, Matteo invece vuole le poltrone. Ragionamento che ha anche fatto diventare inutile qualsiasi tentativo di coinvolgerlo nel nuovo governo a guida renziana. Ieri mattina ci hanno provato, come estremo tentativo, il capogruppo al Senato Luigi Zanda, Lorenzo Guerini e Roberto Speranza andati a palazzo Chigi. Ma il premier li ha liquidati in cinque minuti. La possibilità di coinvolgerlo in un nuovo incarico è stata solo accennata, neppure concretizzata. Enrico Letta ha fatto capire che non avrebbe accettato di ascoltare neppure un tentativo di proposta. Poi, all’ora di pranzo, ha fatto sapere che non avrebbe partecipato alla direzione del partito. Una scelta fatta per evitare che il confronto si trasformasse in una sfida cruenta. «Carissimi – ha scritto in una nota – penso che, in una giornata importante come questa, sia fondamentale che la discussione si sviluppi, e le decisioni conseguenti siano assunte, con la massima serenità e trasparenza. Per questo preferisco aspettare a Palazzo Chigi le determinazioni che verranno prese, in modo che tutti in Direzione si sentano liberi di esprimere valutazioni ed esplicitare le decisioni che ritengono opportune. Vi ringrazio, Enrico Letta». Poi è rimasto nel suo ufficio a lavorare agli ultimi documenti da portare oggi in consiglio dei ministri, ha annullato la visita in Gran Bretagna fissata per il 25 febbraio e alle tre si è messo davanti al televisore ad ascoltare la diretta della direzione del Pd. Alle sei del pomeriggio il voto a favore di Renzi e la nota dettata alle agenzie delle dimissioni. Poi, in serata, l’ultimo tweet: «Un grazie collettivo, ma non per questo meno sincero, per i tanti messaggi twitter ricevuti in queste ore».
Letta si dimette: Matteo vuole solo le poltrone
Stamani presiederà il suo ultimo Consiglio dei ministri, poi alle quattro salirà al Quirinale per rimettere il mandato
