Stessi fatti, stessi elementi. Stesse perizie, stesse tesi. Eppure una volta si assolve, l’altra si condanna. Ma i giudici hanno deciso: sono stati loro, Amanda Knox e Raffaele Sollecito, ad uccidere Meredith Kercher. La sentenza che ha ribaltato l’assoluzione dell’ottobre 2011 riporta i due imputati nel loro incubo, da cui pensavano di essere definitivamente usciti tre anni fa. E invece no. Dopo quasi 12 ore di camera di consiglio, Amanda è stata condannata a 28 anni e sei mesi di reclusione, 25 anni quelli inflitti a Raffaele, più il sequestro del passaporto per «costringerlo» a rimanere in Italia. Nessuna misura del genere per la Knox, che si trova già negli Stati Uniti. Amanda, appena appresa la sentenza, è rimasta impietrita, ma questa volta nessuna lacrima. Lo ha riferito uno dei suoi legali, Carlo Dalla Vedova, che ha comunicato alla studentessa americana la decisione dei giudici. Amanda ha parlato invece con la Abc: “Sono spaventata e rattristata da questa sentenza ingiusta”. Raffaele è invece rimasto “annichilito”, non in grado di pronunciare una sola parola, come ha riferito il suo avvocato Luca Maori, che ha aggiunto: «Siamo esterrefatti perché è la prima volta che qualcuno viene condannato con prove che dicono il contrario. È comunque solo una tappa di questa vicenda». Quasi senza parole, dunque, sono rimasti anche i difensori dei due imputati, assolutamente convinti che nelle perizie del primo processo d’appello, quello che aveva mandato assolti i due imputati, ci fossero le prove certe della loro innocenza. E invece, per i giudici della Corte d’Assise d’appello di Firenze, sono stati loro ad assassinare Meredith quella maledetta notte fra il primo e il 2 novembre 2007. Spazzata via l’assoluzione decisa dai loro colleghi di Perugia solo tre anni fa. Una sentenza, quella che aveva scagionato gli imputati, poi annullata dalla Cassazione. Amanda e Raffaele sono stati ributtati, di nuovo, in un infinito purgatorio. In mattinata Sollecito era stato in aula, poi però aveva deciso di attendere la sentenza altrove. Amanda, invece, ha atteso il pronunciamento del giudice nella sua casa a Seattle, in continuo collegamento coi legali. Nessuno poteva prevedere l’esito del processo, dopo sette anni di sentenze discordanti e perizie contrastanti. E le certezze venivano meno, sia negli imputati che nei loro difensori, ma anche nei pubblici ministeri, man mano che passavano le ore e la sentenza non arrivava. Intorno alle 19 Amanda, sempre più nervosa, ha inviato un sms al suo legale chiedendo se l’attesa fosse un buon segno. No, non lo era. E probabilmente era pessimista anche Raffaele, se dopo aver dichiarato, entrando in aula, «chi ce l'ha con me pensava che non venissi», poi è andato via dicendo «tornerò» e non si è più fatto vedere. Ansia e pessimismo che avevano un loro fondamento. tenza da parte del presidente della Corte Alessandro Nencini. In aula c’era anche Patrick Lumumba, il musicista accusato da Amanda ma totalmente innocente. Lui è sempre stato convinto che Amanda mentisse. Il giudice, in qualche modo, gli ha dato ragione. I difensori della ragazza erano assolutamente convinti che sarebbe arrivata l’assoluzione. Queste erano state le parole dell’avvocato Darlo Dalla Vedova nella sua replica: «La consapevolezza dell'innocenza di Amanda oggi è granitica e ci permette di affrontare con serenità l'accusa». La convinzione dei legali si basava sulla certezza che l’unico colpevole fosse quello già condannato a 16 anni, Rudy Guede, che quella maledetta notte, ubriaco, entrò in casa per rubare e vedendosi di fronte Meredith l’aggredì e la uccise. «Non è possibile - aveva spiegato il legale - condannare una persona perché è “probabile” che sia colpevole». Il «ragionevole dubbio», che per i difensori di Amanda era evidente, per i giudici non aveva ragion d’essere. I pm toscani avevano chiesto 30 per la Knox (compresi i tre già definitivi per la calunnia a Lumumba) e 26 per Raffaele. La vera discrasia, quella che poteva far pensare a un’assoluzione, oltre che alla discordanza delle perizie, stava nel movente. Se per i magistrati di Perugia la morte di Meredith era avvenuta a causa di un gioco erotico finito drammaticamente, per quelli di Firenze la causa dell'omicidio è da ricercare in vecchi attriti fra Amanda e Meredith per la pulizia della casa. Un movente debole? Non per i giudici. Giulia Bongiorno, legale di Sollecito, aveva parlato di «movente camaleontico». Le perizie e i moventi contrastanti, che prima hanno incastrato gli imputati, poi li hanno scagionati e poi di nuovo riportati in un’aula di tribunale per volere della Cassazione, non sono stati sufficienti a scalfire le certezze del giudice e a far assolvere gli imputati. Nei giorni scorsi Amanda aveva scritto una lettera, pubblicata dal Corriere, a Stephanie, la sorella di Meredith, nella quale chiedeva di incontrarla: «Non lo so, ci dovrei pensare, ma oggi non la vorrei leggere, perché non sento adesso il bisogno di parlare con lei», era stata la risposta. Oltre sei anni di attesa, per conoscere la verità. Ma è la verità? Sei anni che per la famiglia Kercher sono stati infiniti. Per più di un motivo. «Per oltre sei anni - ha affermato Stephanie - siamo dovuti scendere a patti con questo processo e col baillamme mediatico, e provare a continuare la nostra vita». In lei, però, nessuna voglia di vendetta: «Il verdetto è una scadenza da onorare per la memoria di Meredith, non una fonte di rivincita o della verità. Sappiamo che i giudici e i giurati non conoscono con certezza la verità. Vorremmo che il processo e le chiacchiere intorno ad esso finissero oggi per poterci concentrare solo sul nostro dolore e sul ricordo di Meredith. Tanto, nessuno ci ridarà mia sorella e la nostra vita è finita». Eppure anche lei rimarrà piena di dubbi. Prima della sentenza, infatti, aveva affermato: «I dubbi saranno sempre gli stessi. In qualunque modo nel mio cuore resterebbero i dubbi». Dubbi su una giustizia «ballerina» che non dà mai nessuna certezza.
Processo Meredith, che giustizia è?
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