Sede legale in Olanda, sede fiscale a Londra, quotazione a Wall Street (Milano listino secondario), un brand - FCA, Fiat Crhrysler Automobiles - che esteticamente non piace a nessuno. La vecchia Fabbrica Italiana Automobili Torino ha ormai ben poco di italiano e torinese. Diventa globale, e, come titola il quotidiano tedesco Handelsblatt, "Arrivederci Italia!". Certo, anche la Germania ha perso la Opel. Però Mercedes, Volkswagen, Porsche, Bmw restano saldamente teutoniche. E fanno incetta di icòne straniere: la Mini, simbolo dell'Inghilterra di Mary Quant e dei Beatles, oggi e Bmw; la Lamborghini che ci faceva sognare da ragazzini passata alla Audi. La Fiat, per la verità, non è che ha fatto sognare molti. Con alcune eccezioni: la 500 L dagli strategici sedili ribaltabili, la 1.500 spider con la quale ti sentivi in Costa Azzurra sulla fettuccia di Terracina. La Balilla è cosa dell'anteguerra, la Duna di Fantozzi, la Croma dei politici da prima repubblica e della tragedia di Giovanni Falcone. Eppure tutte quelle Fiat le portiamo dentro di noi, dalle fuoriserie alle più sfigate: cristallizzate nella nostra storia, immortalate nelle foto di famiglia in bianco e nero. Paolo Conte con la Topolino amaranto raccontò noi italiani: dopoguerra, boom economico, ragazze e domeniche allo stadio. Altra nobiltà, l’Alfa Romeo: Nuvolari ed Enzo Ferrari corsero con il quadrifoglio. Tanto che ai tedeschi il rosso Alfa fino all'ultimo hanno provato a prenderselo. Sergio Marchionne ha resistito, l'Alfa è rimasta italiana. Italiana? I sei stabilimenti rimangono, per ora. E da Cassino e Mirafiori partiranno le Alfa per riconquistare gli Usa, 47 anni dopo la Duetto di Dustin Hoffman nel Laureato. Ma che cosa avranno di italiano quelle macchine che danno i dividendi a New York e pagano le tasse in Inghilterra? Una cosa: il lavoro, la progettazione, i motori. Non è poco, soprattutto oggi. Ma dopo? Se la FCA arriverà a 6 milioni di auto vagheggiate da Marchionne (oggi siamo a 4,2), potremo ancora considerarlo un successo nazionale? O non sarà una storia di Marchionne stesso e di quanti hanno creduto in lui, soprattutto oltreoceano? In realtà la domanda giusta è un’altra: perché la Fiat ha dovuto emigrare tra Detroit, New York, Amsterdam e Londra? La storia meno recente ci porterebbe ai tanti errori fatti quando regnava Gianni Agnelli, che Marchionne non ha mai conosciuto, e i governi della prima e seconda repubblica davano incentivi in cambio di benedizioni e favori, disinteressandosi di strategie, produttività, leggi sul lavoro, tasse, infrastrutture. La storia attuale ha un nome che suona come una beffa: Destinazione Italia, il programma annunciato da Enrico Letta per riportare da noi capitali e lavoro. Rimasto ovviamente sulla carta: la Electrolux è faccenda di queste ore. Dove sono le riduzioni fiscali promesse ad aziende e dipendenti, le leggi sul lavoro realizzate non in Romania, ma nella Germania allora socialdemocratica (guarda caso a opera di Peter Hartz, ex capo del personale della Volkswagen)? E la Confindustria con le sue concertazioni? Cerchiamo di consolarci con la Ferrari. Vettel permettendo.
Specchio del Paese
Dalla Topolino all’Alfa dei sogni oggi resta la beffa di Destinazione Italia