Politica

Il «giovane turco» bocconiano reduce della nomenklatura Ds

Difeso dal centrodestra, sbeffeggiato dai colleghi di partito, pur con qualche eccezione. Strano, stranissimo il destino di Stefano Fassina, uno degli ultimi dirigenti politici forgiati da quella...

Difeso dal centrodestra, sbeffeggiato dai colleghi di partito, pur con qualche eccezione. Strano, stranissimo il destino di Stefano Fassina, uno degli ultimi dirigenti politici forgiati da quella fucina che ha rappresentanto la tradizione Pci-Pds-Ds. Una cultura politica di cui oggi pare non esservi traccia nel nuovo Nazareno targato Matteo Renzi. Già ad ottobre scorso il viceministro dell’Economia aveva minacciato le proprie dimissioni dal governo lamentando una mancanza di collegialità sulla legge di stabilità. Un passo indietro rientrato dopo un incontro chiarificatore con il presidente del Consiglio Enrico Letta. Ora la situazione sembra ben diversa con l’annuncio di «dimissioni irrevocabili» comunicate al premier dopo la battutina al vetriolo («Fassina chi?») del segretario del Pd Renzi. Tra le deleghe attribuite a Fassina c’era il coordinamento della predisposizione del Documento di economia e finanza e i suoi aggiornamenti; la legge di stabilità; la legge di bilancio e le questioni in materia di debito pubblico; di politiche in materia di spesa sociale e previdenziale; delle attività del Cipe. Inoltre tra le sue deleghe c’era anche lo studio dei profili finanziari degli interventi in materia di ricerca, innovazione, sostegno alle imprese e realizzazione di infrastrutture e delle questioni relative alla Cassa Depositi e Prestiti e allo sviluppo equo e sostenibile. Laureato alla Bocconi, Fassina, 47 anni, è stato da ottobre 2009 ad aprile 2013 nella segreteria nazionale del Pd guidata da Pier Luigi Bersani: era responsabile Economia e Lavoro. Dall’aprile del 2006 all’aprile del 2008 è stato consigliere economico del viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco. In precedenza dal 2000 al 2005 è stato economista al Fondo Monetario Internazionale. Il 25 febbraio 2013 è stato eletto alla Camera dei Deputati. Fassina è anche uno degli esponenti di spicco dei «giovani turchi», la nuova classe dirigente ex Ds vicina all’ex segretario Bersani spazzata via all’ultimo congresso dei democratici dallo tsunami Renzi. Spesso inseparabile dall’altro giovane turco, Matteo Orfini. Fassina ha sempre sostenuto e continua a sostenere tesi sulle politiche del lavoro e sull’economia molto distanti, se non incompatibili, con quelle del segretario. E lo stesso Orfini nei giorni scorsi aveva duramente criticato, perché ritenuto «insufficiente», il «Job act», il pacchetto di riforme per il mercato del lavoro proposto da Renzi. Una presa di posizione che scatenò la dura reprimenda del fronte renziano. Non è un caso che dopo le dimissioni, uno dei pochi esponenti del Pd a schierarsi dalla parte di Fassina - pur criticandone la scelta - sia proprio Orfini. Renzi, per il giovane turco, «deve capire che per fare il segretario del Pd deve smettere con gli atteggiamenti gausconeschi che il segretario del Pd non può permettersi. Renzi è anche il segretario di Fassina». Turbato dalle dimissioni di Fassina è anche il presidente dell’Assemblea nazionale del Pd Gianni Cuperlo, deputato ex Ds vicino a Massimo D’Alema, sfidante sconfitto da Renzi alle primarie e sostenuto da bersaniani e d’alemiani. «Sono colpito per le dimissioni di Stefano. E ancor più dispiaciuto per l’episodio che le ha generate. In un partito servono le idee ma, assieme, serve il rispetto per le persone. Tutte, a cominciare da quelle che fanno parte della tua stessa comunità. Oggi la battuta del segretario del nostro partito non è stata una traduzione felice di questo spirito. Mi auguro si tratti di un incidente e nulla più». Ma i renziani rincarano la dose, arrivando a sbeffeggiare l’ex viceministro. «Fassina si è dimesso per la seconda volta. Poco serio sfruttare una evidente incomprensione, per tentare di alimentare polemiche superate. Si lascia un incarico di governo quando si dissente da una linea politica, non per futili motivi», dice il senatore Andrea Marcucci. «Fassina in 8 mesi è la seconda volta che si dimette. Buona la seconda - ironizza Ernesto Carbone - Sono giorni che annuncia e ritira le dimissioni. Pantomima ridicola. Obiettivo politico di chi non si rassegna al voto di milioni di elettori del Pd». Mentre il portavoce della segreteria del Pd Lorenzo Guerini «non c’è davvero motivo di fare polemiche, ma di lavorare, e molto. Dispiace che il viceministro Fassina esprima in questo modo il suo disagio riguardo alla sua presenza nel governo». A Fassina resta così solo la solidarietà dei parlamentari di Nuovo centrodestra e Scelta Civica, che stigmatizzano «l’arroganza» di Renzi. E quella, addirittura, di Gianni Alemanno. Strano destino di un ex Ds dell’èra Renzi.

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