Enrico Letta sbatte i pugni sul tavolo. Come anticipato da Il Tempo , nel discorso fatto alle Camere per chiedere una nuova fiducia il premier ha puntato il dito contro il Parlamento, colpevole di aver licenziato solo una minima parte dei provvedimenti del governo. Letta, in particolare, si è riferito all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, che dopo essere stato approvato dalla Camera lo scorso 30 ottobre, giace sul binario morto al Senato. Uno stop che per i maliziosi non sarebbe casuale, visto che se la legge non fosse licenziata entro la fine del 2013 i partiti «guadagnerebbero» un altro anno, e il nuovo sistema di finanziamento con contributi volontari dei privati entrerebbe a regime solo nel 2017. Un rischio che il premier non vuole correre, anche per non aggiungere altra benzina al fuoco dell’antipolitica. E così, ieri, ha spiegato che «troppi sono i mesi passati» e il governo è pronto a far entrare in vigore la riforma entro l’anno «con tutti i mezzi a disposizione». Eventualmente, anche con un decreto. Una presa di posizione, quella di Letta, che muove dalla pigrizia di un Parlamento che, dall’inizio della legislatura, ha licenziato solo 25 dei 74 provvedimenti deliberati dal Consiglio dei ministri. La situazione non sarebbe neanche così drammatica, se non fosse che tra le leggi al palo ce ne siano alcune di quelle considerate più importanti e «sentite» dall’opinione pubblica. Oltre al sistema di finanziamento dei partiti, ad esempio, c’è l’istituzione del comitato parlamentare per le riforme costituzionali, che è già stato rimpallato due volte tra Camera e Senato e ora dal 23 ottobre 2013 è all’esame di Palazzo Madama per l’approvazione definitiva. Discorso analogo per l’abolizione delle Province. Il disegno di legge costituzionale che prevede la cancellazione dell’ente inutile per eccellenza è approdato alla Camera lo scorso agosto, ma da allora non si è mosso dalla I Commissione. Il suo destino è inevitabilmente collegato a quello del ddl Delrio sul riordino delle funzione tra gli enti che sostituiranno le Province e sulle unioni/fusioni dei Comuni. Ieri è ripresa la discussione sul disegno di legge a Montecitorio, ma il voto finale, nonostante le sollecitazioni del governo, slitterà a dopo la legge di stabilità, che approderà in aula martedì 17 dicembre. E non è nemmeno escluso, se ci saranno «intoppi» sulla legge di stabilità, che ci siano ulteriori rinvii. Altro tema sensibile è quello relativo alla «razionalizzazione delle pubbliche amministrazioni». Il provvedimento, peraltro, era già stato criticato da più parti perché i famosi tagli pubblicizzati sotto il nome di «spending review» si limitavano solo a qualche sforbiciata alle auto di servizio o alle consulenze. Pochino, ma meglio di niente. In ogni caso, per ora i risparmi restano sulla carta, perché del disegno di legge, da quando è stato licenziato dal Cdm lo scorso 26 agosto, si sono completamente perse le tracce in Parlamento. Tralasciando il contenitore della legge di Stabilità, che dovrà completare necessariamente l’iter entro fine anno per evitare l’esercizio provvisorio, un provvedimento «salvato» in extremis è quello relativo alle disposizioni per contrastare l’emergenza immigrazione. Il cosiddetto decreto Mare Nostrum, infatti, sarebbe «scaduto» sabato prossimo, ma ieri il Senato è riuscito ad approvarlo, insieme alla «manovrina» per tenere il rapporto deficit/Pil sotto il 3% nel 2013. Chiara dimostrazione di come il decreto legge rappresenti spesso l’unica arma del governo per confidare nella sollecitudine del Parlamento. Altrimenti, meglio rassegnarsi alle lungaggini. È questa, peraltro, una delle storiche battaglie di Silvio Berlusconi. Secondo quanto denuncia da tempo il Cavaliere, per far approvare una legge ci vuole mediamente più di un anno. Il Parlamento è assimilabile a una tartaruga. Con la quale adesso anche Letta sta cominciando a fare i conti.
Parlamento lumaca, a rischio 50 decreti
convertiti solo 24 dei 74 provvedimenti del governo. Letta furioso sul finanziamento ai partiti
