Novecento chilometri quadrati di territorio esposti al rischio di frane, alluvioni e smottamenti. Dalle montagne dell'aquilano alla costa pescarese, l'Abruzzo è una delle regioni più minacciate da fenomeni di dissesto idrogeologico: l'8,3% della superficie presenta un elevato grado di criticità. I dati del ministero dell'Ambiente sono impietosi e fanno il paio con uno studio realizzato da Legambiente e Protezione Civile, in base al quale 294 Comuni abruzzesi su 305 sono a rischio. La zona rossa comprende circa 17 mila siti disseminati nelle quattro province. Il comprensorio più esposto è quello di Chieti, con 603 chilometri quadrati di territorio minacciato dal dissesto idrogeologico. Seguono il Teramano, con 365 chilometri quadrati, l'Aquilano, con 345 chilometri quadrati e il Pescarese, con 247 chilometri quadrati. Diversi i fronti critici, legati alla morfologia di un territorio ricco di montagne, colline e corsi d'acqua, al centro di uno sviluppo non sempre rispettoso dell'equilibrio ambientale. Un caso emblematico è quello della bassa valle pescarese, ai piedi della città di Chieti, dove sorge il centro commerciale Megalò: una colata di cemento, a pochi passi dal fiume Pescara, spalmata su una delle aree a massimo rischio idrogeologico, già inondata una ventina di anni fa. Gli enormi argini costruiti sulle sponde del fiume, alti oltre dieci metri, sottraggono uno sfogo naturale al corso d'acqua che dall'Appennino scende verso il mare, favorendo la piena man mano che il fiume si avvicina a Pescara. Il capoluogo adriatico, che ha già subito un'alluvione nel 1992, la settimana scorsa è tornato a trattenere il fiato per la piena del fiume, ma fortunatamente la pioggia ha concesso una tregua e la situazione si è normalizzata. La cose non vanno meglio negli altri centri del litorale e in particolare tra Montesilvano e Marina di Città Sant'Angelo, dove scorre il fiume Saline. Nel corso dell'ultima ondata di maltempo il fiume è esondato, provocando danni ad aziende, attività commerciali, terreni agricoli e abitazioni. Pochi metri più a nord scorre il Piomba, i cui argini risultano da tempo abbandonati e privi della necessaria manutenzione, mentre intorno si continua a costruire. Nel teramano, il Cerrano, il Calvano e il Sabbione sono una minaccia costante: la conformazione di quest'area, ricca di piccoli fossi, bacini e torrenti, spesso occlusi e fiaccati da una tumultuosa espansione edilizia, tende ad accelerare i fenomeni alluvionali, che nel 2010 sono costati la vita ad un uomo, annegato in un sottopasso a Mosciano Sant'Angelo. Alla vulnerabilità naturale del territorio abruzzese si sommano fattori di pressione legati agli insediamenti abitativi e industriali, alle infrastrutture, alle attività estrattive, all'agricoltura intensiva, all'abbandono della montagna, agli incendi e alla scarsa manutenzione. Basti pensare alla provincia aquilana, già minata da numerose frane e devastata dal terremoto: in una delle zone a più elevato rischio idrogeologico, nei pressi del fiume Aterno, all'altezza di Onna, la costruzione della variante sud alla statale 17 sembra voler lanciare una sfida alla natura. Il comprensorio più martoriato della regione, però, è quello chietino: colpito da numerose frane, tra l'alto Sangro e la Maiella, presenta un alto rischio di smottamento lungo le colline che costeggiano il mare. Un caso particolare è rappresentato dalla città di Vasto, che si erge 150 metri sopra il livello di mare: nel 1956 uno dei suoi rioni più antichi sprofondò a valle, provocando la distruzione di edifici pubblici e religiosi di grande valore. Afflitta da continui smottamenti, una parte della città è tornata pericolosamente a franare due anni addietro.
I dati choc
Tutto l’Abruzzo è ormai «zona rossa»