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Dal pasticcio su Moro allo 007 Arconte. Nuovi rischi per Imposimato?

Gabriele Paradisi L’ex brigadiere della finanza Giovanni Ladu aveva inondato i magistrati e, in particolare, l’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato di informazioni a dir poco dubbie sul caso...

Dal pasticcio su Moro allo 007 Arconte. Nuovi rischi  per Imposimato?

POLITICA ITALIANA

L’ex brigadiere della finanza Giovanni Ladu aveva inondato i magistrati e, in particolare, l’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato di informazioni a dir poco dubbie sul caso Moro. Sosteneva che i vertici dello Stato sapevano dov’era prigioniero lo statista. E che avevano bloccato il blitz per liberarlo. Ma Ladu si presentava con l’alias Puddu. Qualcosa non tornava. «A questo punto fui assalito dal dubbio che Ladu e Puddu fossero la stessa persona», scrive Imposimato in «L’Italia segreta dei sequestri», uscito a ottobre sull’onda del successo de «I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia». La Procura romana ha indagato per calunnia l’ex findanziere Ladu, che aveva confermato e arricchito di particolari le dichiarazioni fornite nel 2008 ai magistrati, che però avevano archiviato la vicenda ritenendo le sue parole inattendibili.

Ladu-Puddu sosteneva che i servizi italiani fossero a conoscenza della prigione di via Montalcini, sorvegliata nella fase finale del sequestro. Un blitz per liberare lo statista sarebbe stato bloccato l’8 maggio 1978, vigilia dell’esecuzione, per ordine del Viminale, ovvero per volere di Cossiga. Dunque Imposimato aveva visto giusto, peccato però che avesse immediatamente fugato quel sospetto: «Quando chiesi al mio interlocutore virtuale da dove provenisse...Puddu rispose che era di Gorizia...era stato per 4 anni istruttore nella base di Gladio a Capo Marrargiu in Sardegna». Spiegazione ritenuta sufficiente da Imposimato, tanto da definire Puddu «fonte straordinaria di informazioni di ogni genere», sulle quali il magistrato ha costruito le sue ipotesi, ispirando ad alcuni deputati l’idea di una nuova Commissione d’inchiesta monocamerale sul caso Moro. E Antonio Esposito, presidente di Sezione della Cassazione noto oggi per altre vicende, nella prefazione a «I 55 giorni», scrive: «Le rivelazioni di questi due militari (Ladu e Puddu) sono troppo convergenti, coincidenti in tutto e per tutto: troppo dense di particolari, troppo piene di formidabili riscontri, tutti puntualmente verificati dall’autore (sic), sì che ad esse deve attribuirsi la massima attendibilità, credibilità e veridicità». Un infortunio a catena.

Ma le informazioni dell’ex brigadiere devono risultare a Imposimato particolarmente affascinanti. Un altro gladiatore e un altro documento, infatti, rivestono un ruolo non secondario nello scenario da lui dipinto. Parliamo di Antonino Arconte, a cui nel libro «I 55 giorni», è dedicato il capitolo «Chi sapeva del sequestro?». Arconte, anni fa, produsse un documento su carta del Ministero della Difesa datato 2 marzo 1978, a due settimane dall'agguato di via Fani e definito «a distruzione immediata» ma magicamente conservato. In esso si parla della «liberazione dell’On. Aldo Moro». Imposimato non si è soffermato troppo sulla veridicità del documento, funzionale alla sua tesi, ovvero Andreotti e Cossiga conoscevano con ampio anticipo ciò che sarebbe accaduto. È fuor di dubbio che, come sarebbe stata opportuna una verifica sull’identità di Oscar Puddu, sarebbe ora necessaria una perizia tecnica sul documento di Arconte. Ad un primo sguardo suscita molte perplessità. Il testo presenta improvvisi e immotivati cambi di fonte, di dimensione e spaziatura dei caratteri impossibili da ottenere con le macchine da scrivere dell’epoca. A oltre 3 decenni dagli anni del terrorismo e delle stragi è giunta l’ora di scrivere una storia repubblicana più fredda e serena, secondo i criteri classici della ricerca storica e rimuovendo dal terreno i romanzi tossici, le fantasiose ricostruzioni che continuano ad avvelenare gli animi. È forse con questo spirito che al Senato è stata presentata la proposta di Commissione bicamerale, sul caso Moro e sul terrorismo dal ’69 all’85. Le nuove tecnologie e l’apertura degli archivi dell'Est Europa possono risultare determinanti.

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