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Certezza del diritto a rischio anche nel fisco

di Marlowe «Sull’Imu la decisione è già presa, non si torna indietro». Garantisce Enrico Letta, ma il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni e la maggioranza non hanno ancora individuato i 2,4...

«Sull’Imu la decisione è già presa, non si torna indietro». Garantisce Enrico Letta, ma il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni e la maggioranza non hanno ancora individuato i 2,4 miliardi di copertura: tagli di spesa o aumento di altre imposte, dalle solite accise sulla benzina all'incremento degli acconti di novembre di società e professionisti? La scadenza del 16 dicembre si avvicina, la caccia continua, e nel frattempo i comuni si preparano ad aumentare il pedaggio della Trise, la service tax, che prenderà il via dal 2014. E non di poco: la sola aliquota patrimoniale sulla prima abitazione, fissata dal governo all'uno per cento, dovrebbe quasi ovunque passare al 2,5: il 150 per cento in più. In un'orgia di sigle, parametri e parole stanno affondando non solo i nostri portafogli, ma il cardine di ogni stato moderno dalla rivoluzione americana (1776) ad oggi: la certezza fiscale. Ognuno ha infatti il dovere di pagare le tasse, ma anche il sacrosanto diritto di sapere come, quando e per che cosa pagarle. Tutto questo è tra l'altro previsto dallo Statuto del Contribuente, una legge del 2000 che oggi pare scritta su Marte. Per esempio prevede la non retroattività delle misure fiscali (clamorosamente violata dal governo Monti), il divieto di chiedere documenti già noti al fisco, di imporre tasse su altre tasse, l'obbligo informare tempestivamente cittadini e imprese delle novità fiscali che li riguardano, di indicare a che cosa sono destinate le imposte. Non mancava il garante del contribuente: in Italia non si nega a nulla e nessuno. La Legge di stabilità però lo ha abolito: non se ne sentirà la mancanza, visto che lo Statuto è già stato disatteso 450 volte. Imu a parte, è in bilico la mitica riduzione del cuneo fiscale che avrebbe "garantito" ai dipendenti 14 euro al mese in più in busta paga. Letta, timoroso del boomerang, vuole infatti dirottare il conquibus, 5 miliardi per lo Stato, verso non meglio precisate "spese sociali". Oppure pagare tutti assieme i 180 euro. Questo in attesa di maggiori risorse che dovrebbero arrivare da un accordo con la Svizzera sulla tassazione dei conti correnti, o da una "adesione volontaria" a costo minimo a chi dichiara di aver portato soldi all'estero: all'epoca di Giulio Tremonti si sarebbe gridato al condono. Ma non basta. Il governo ha annunciato che Equitalia potrà concedere rateizzazioni fino a dieci anni, rispetto ai sei attuali, a chi ha debiti con il fisco. Una misura, peraltro, già ora prevista in determinati casi con il raddoppio dei primi 72 mesi. Il tutto, diceva la prima stesura del decreto, a condizione di alcune garanzie di reddito e patrimonio. Passano 24 ore, scompaiono le garanzie e arrivano le complicazioni. Presentate però come "chiare semplificazioni". Qualche esempio? Il debitore, se è una persona fisica, deve innanzi tutto produrre l'Isee, l'Indicatore della situazione economica equivalente. Da esso andrà estrapolato l'Isr (Indicatore della situazione reddituale), "costituito dal reddito del nucleo familiare, incluso il reddito figurativo delle attività finanziarie al netto dell'eventuale canone di locazione". L'Isee deve essere richiesto al Caf o al commercialista, e l'Isr diviso per 12 e confrontato con la rata mensile, che non potrà superarne il 20 per cento. Se invece sei un’azienda devi indicare le voci A1 (ricavi dell’attività tipica), A3 (variazione dei lavori in corso su ordinazione) e A5 (ricavi e proventi dell’attività accessoria). Semplice e chiaro, no?

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