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Silvio: «Intervenga Letta». Ma il governo si sfila

«Ci sono due punti non aggirabili. Uno: la legge di stabilità va cambiata perché è inaccettabile l'idea di nuove tasse. Due: il voto sulla mia decadenza sarebbe una macchia sulla democrazia italiana...

«Ci sono due punti non aggirabili. Uno: la legge di stabilità va cambiata perché è inaccettabile l'idea di nuove tasse. Due: il voto sulla mia decadenza sarebbe una macchia sulla democrazia italiana destinata a restare nei libri di storia». Silvio Berlusconi è di nuovo entrato nel dibattito politico con alcune dichiarazioni consegnate al nuovo libro di Bruno Vespa. Il Cavaliere ha lanciato l’ennesimo ultimatum a Enrico Letta e al Pd, chiedendo un intervento immediato del governo sulla legge Severino, rifacendosi alle motivazioni della sentenza di interdizione sui diritti tv depositate ieri dalla Corte d'appello di Milano nelle quali si attribuisce valore di sanzione amministrativa alla legge sull'incandidabilità. Parole che però non aprono spiragli a palazzo Chigi. Un intervento diretto è fuori discussione, hanno fatto sapere dal governo, perché tutto resta ancorato alla valutazione fatta nel voto di fiducia del 2 ottobre, quando «è nata una nuova maggioranza politica». Quindi, hanno sottolineato a palazzo Chigi, fiducia in Alfano e in quei parlamentari che hanno agito in nome della stabilità e che hanno votato per far continuare la legislatura. Per il resto – è stata la conclusione – si tratta di giochi interni al Pdl e il governo ne resta fuori. L'esecutivo, è l’avvertimento, andrà avanti in ogni caso, anche se Berlusconi decidesse di rompere. L’appello del leader del Pdl ha comunque diviso ancora una volta colombe e falchi. Le prime, infatti, hanno preferito non intervenire direttamente nel dibattito sulla non retroattività della legge Severino. Angelino Alfano è rimasto in silenzio, intervenendo solo sulle legge di stabilità per «marcare» la distanza con le posizioni del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni. L'unico big tra i «moderati» a difendere il Cavaliere è stato il presidente dei senatori, Renato Schifani: «La Severino non è dunque applicabile irretroattivamente e la giunta per le elezioni del Senato dovrà prenderne atto disponendo nuove e più approfondite sessioni, sino al ricorso, come noi auspichiamo da tempo, alla Corte Costituzionale». Tutti i lealisti di Raffaele Fitto hanno invece «martellato» per l’intera giornata sul Pd e sul MoVimento 5 Stelle perché la Corte di Appello di Milano «di fatto ci dà ragione sull'inapplicabilità della Severino». Chiedendo il ricorso alla Consulta.

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