Caro Direttore,
Specie per chi ha vissuto le varie fasi della politica mondiale dai tempi della guerra fredda in poi, gli equilibri geopolitici prima sono rimasti rigidi e immobili fino agli anni 89-91, e poi dall’inizio di questo secolo 2000 ad oggi hanno subito cambiamenti del tutto sorprendenti e talora devastanti. Sembra che sia avvenuta ieri la celebrazione del primo gennaio 2000. Quel giorno anche il sottoscritto era a New York a festeggiare con altre migliaia di persone l’avvento del nuovo secolo che sembrava sorgere all’insegna del benessere, della libertà individuale e collettiva, della pace, visto che c’era stato il crollo del comunismo in Russia, nei Paesi comunisti dell’Est e in Italia il PCI era stato costretto a cambiar nome in gran fretta per adeguarsi ai nuovi tempi.
Lei ricorderà anche, caro direttore, che professori universitari e intellettuali di grande prestigio parlarono di «fine della storia» nel senso che la liberaldemocrazia sul piano politico e culturale e il liberismo sul piano economico avrebbero dominato e regolato il «tempo nuovo» senza significative alternative. Tutto ciò venne bruciato nello spazio di circa 1 anno e mezzo: l’11 settembre ci fu l’attacco alle Torri Gemelle che mise in evidenza che c’era tutto un mondo, quello islamico, che non si riconosceva nel nuovo equilibrio, che lo contraddiceva in tutti i modi. Le cose non si sono fermate qui: la Merkel e Schroeder in Germania pensavano che Putin fosse un diligente alto burocrate che amministrava in modo piatto la Russia post comunista e che era del tutto affidabile come fornitore a basso prezzo del petrolio necessario a garantire la copertura di gran parte del fabbisogno energetico della Germania. In Italia, addirittura, Berlusconi pensava di passare alla storia come colui che aveva convinto Putin a far aderire la Russia all’Occidente e anche ad entrare nella NATO. Più modestamente Romano Prodi offriva alla Russia i servizi tecnologici e informativi di Nomisma. Effettivamente nel 2002, Putin partecipò alla bella festa che si svolse a Pratica di Mare e che segnò anche il ritorno di un leader russo nel salotto buono della Grande Politica Internazionale. Però passato qualche tempo intorno al 2007-2008, Putin buttò la maschera e fece capire chi era davvero: si trattava di un autocrate nazionalista, che non andava per il sottile: l’eliminazione di chi lo ostacolava nella conquista del potere e che più in generale puntava, con le buone o con le cattive, a ricostruire l’impero della Gran Madre Russia, dove confluivano zarismo e comunismo.
Di qui il tentativo di recuperare una parte almeno dei territori persi in seguito al crollo dell’Urss, fra il 1989 e il 1991, ricorrendo a tutti i mezzi, pacifici, ibridi e militari. In sostanza, nel bel mezzo del primo ventennio del nuovo secolo risultò chiaramente che era partito quello che Molinari in un suo libro ha chiamato «L’attacco all’Occidente»: un attacco variegato e articolato, condotto dalla Cina, essenzialmente sul terreno di un nascente potere economico basato su una formula che sembrava incredibile e impossibile, il capitalismo di mille aziende grandi, piccole e medie però innestate e guidate a livello politico dal ferreo regime comunista. Invece da un lato l’Iran, in mezzo la Corea del Nord, dall’altro lato la Russia, nel corso degli anni hanno messo in campo attacchi militari di vario tipo, dal terrorismo ad azioni militari classiche, ad un mix di guerra tradizionale e di guerra ibrida.
Un salto di qualità sul terreno di questo attacco si e’ verificato con l’aggressione militare della Russia alla Ucraina e con la strage del 7 Ottobre realizzata dal terrorismo palestinese di Hamas contro Israele. Per altro verso però sul terreno decisivo dei grandi valori di libertà e di democrazia propri dell’Occidente, il ruolo dell’Europa rischia di essere più rilevante malgrado i suoi stessi elementi di mediocrità e di arretratezza. In sostanza di fronte a tutto ciò il problema dell’Europa esiste sia in negativo che in positivo. In negativo perché nessuna nazione europea può riuscire a fare i conti da sola nei confronti della Cina, della Russia e degli USA, e per altro verso però questa Europa è appesantita da mille burocratismi e meccanismi interni del tutto involutivi; in positivo perché l’Europa può svolgere un ruolo positivo sul terreno della democrazia e della libertà.
In questi ultimi giorni, Giorgia Meloni ha fatto una mossa: ha investito l’Unione Europea della decisiva questione costituita dalla flessibilità. In sostanza Giorgia Meloni ha fatto in Parlamento un discorso di alto profilo perché nel contempo ha sollecitato l’Europa a cambiamenti profondi sul terreno della politica economica e dall’altro ha detto a Trump «pane al pane, vino al vino» e nel contempo ha ribadito la solidarietà con l’Ucraina. Di fronte a questa presa di posizione assai netta, è del tutto singolare la difficoltà in cui si è venuto a trovare il cosiddetto Campo Largo. Certamente la Schlein sul nodo della Ucraina è stata abbastanza chiara, ma del tutto all’opposto si sono manifestate le posizioni di Conte, e di Bonelli e Fratoianni, per non parlare di quelle ambiguità viventi che sono risultati essere Bettini e D’Alema. Non c’è’ dubbio che siamo arrivati a una sorta di ora della verità con una singolare asimmetria delle posizioni. Malgrado le apparenze, la politica è una cosa seria e allo stato il Campo Largo è segnato da una differenza reale che non può essere sanata se non con la rinuncia alla propria posizione di fondo sulla Ucraina o da parte del Pd, o da parte del M5S guidato da Conte.
