Potremmo chiuderla subito qui: raccontando l’assurdo di uno sciopero generale proclamato prim’ancora che la manovra sia stata scritta e presentata. Ma Landini - ormai meme di se stesso - già giudica quello che ancora non è stato messo nero su bianco. E usa l’arma più grave e delicata: lo sciopero generale. A testimonianza di un’irresponsabilità ormai totale.
Ma starei per dire che c’è qualcosa di ancora più avvilente, ed è il senso di stanchezza, di routine burocratica, di coazione a ripetere che scaturisce dalla giornata di ieri.
Autunno, primo fresco, prima giornata cupa. Vorresti sentire l’odore delle castagne tostate e invece ti arriva il rumore di Landini.
Che ammucchiatina triste. I soliti portati coi pullman, più il consueto carro di sigle e faccioni. Conte e Schlein che ormai si detestano, le associazioni, il piccolo parastato di sinistra.
Tutto prevedibile, direi premasticato: la guerra, i salari, il fisco, poi appunto lo sciopero pazzotico “a prescindere”.
Verrebbe da dire: ma voi chi siete? Che fate? Che avete fatto, a parte le vostre mediocri strillate a favore di telecamera? Non rappresentate più nessuno, compagni. Siete una rappresentazione di voi stessi, questo sì, una compagnia teatrale ingrigita e incattivita, altro che rappresentanza. Gli italiani sono altrove, chi al centro commerciale, chi con i propri problemi. Ma lontani anni luce da voi.
È il rito di sempre, la messa cantata dell’opposizione che non sa più opporre niente se non la propria presenza fisica. Il pullman parte, il sandwich è compreso, la bandiera è già stropicciata dal viaggio. Arrivano, sfilano, gridano le stesse tre cose di dieci anni fa, e se ne tornano a casa convinti di aver «fatto sentire la voce del paese».
Quale paese? Quello che il sabato pomeriggio è al centro commerciale a cercare un cappotto che non costi una follia, o quello che sta sistemando la caldaia perché il primo freddo può arrivare davvero e la bolletta di ottobre già spaventa.
Landini urla, come sempre. Il tono è quello del sindacalista che ha letto troppi comunicati e troppo pochi bilanci di famiglia. Conte e Schlein si guardano di traverso anche mentre applaudono: due alleati di necessità che non si sopportano, uniti solo dal fatto che senza un corteo non saprebbero dove mettere le mani.
Intorno a loro il piccolo esercito delle associazioni, il parastato di sinistra che vive di contributi, di bandi e di quella convinzione un po’ patetica di essere ancora “il popolo”.
Ma il popolo vero, quello che lavora, che paga le tasse, che ha un mutuo e un figlio all’università, non c’è. Non perché sia diventato di destra, ma perché ha smesso di credere che questi appuntamenti cambino qualcosa. Ha visto le stesse facce, ha sentito le stesse frasi, ha contato i pullman e ha capito che la piazza è piena solo quando qualcuno paga il viaggio. Il resto del tempo è vuota, come è vuota la loro capacità di proporre qualcosa che non sia «più soldi, meno guerra, più Stato».
E allora sì, è una giornata cupa. Non per il cielo, ma perché anche la protesta è diventata una recita. Una recita stanca, in cui gli attori si odiano un po’, il pubblico non c’è, e l’unico applauso che conta è quello che si danno da soli prima di riprendere il pullman. Gli italiani, intanto, sono altrove. A fare la spesa, a sistemare la casa, a cercare di arrivare a fine mese senza dover spiegare a nessuno perché non sono scesi in piazza. Perché, francamente, nemmeno si chiedono chi dovrebbe rappresentarli. Di certo non questi qua.
