l’editoriale

Capezzone: male Trump e gli anti-Trump. Questa è l’ora del pessimismo

L’editoriale del direttore

L’annuncio con cui il presidente americano ha sospeso l’applicazione delle sanzioni previste dalla legge Graham – corollario inevitabile, e quasi obbligato, dell’accordo sul gasolio stretto con Putin – ha prodotto esattamente le reazioni che ci si poteva aspettare. Da una parte, c’è la filastrocca rituale del «Trump cattivo» recitata a sinistra, con le scomuniche da parte dei «buoni» (rigorosamente autoproclamati) che continuano a misurare la moralità occidentale sul termometro dell’ostilità al presidente degli Stati Uniti. Dall’altra, c’è l’esultanza in cirillico dei media filorussi, pronti a trasformare ogni passo indietro di Washington in un trionfo strategico del Cremlino e in una conferma della propria narrazione.

Qui, invece, cerchiamo una posizione diversa, difficile e adulta, che non ceda né all’anatema né all’applauso fuoriluogo. Trump comprende, e non può non comprendere, la stanchezza dell’opinione pubblica americana e occidentale: i prezzi del diesel schizzati verso l’alto, una guerra che all’elettore medio appare ormai eterna, la voglia di poter dire, in vista delle midterm, che «la soluzione è vicina». È un calcolo elettorale, e in politica è illusorio pretendere che un presidente ignori il proprio elettorato o i conti della benzina. Ma il tycoon sbaglia, e sbaglia gravemente, perché sottovaluta – o finge di sottovalutare – che Putin a questo punto vuole la vittoria sul campo (quella che non è riuscito a cogliere), tutto il Donbass, e non ha alcuna intenzione di fermarsi a un accordo sul carburante.

Ogni respiro finanziario che Mosca ottiene, ogni barile o tonnellata che torna a circolare, è ossigeno per la macchina bellica.

L’Europa, nel frattempo, parla e predica. Predica valori, unità, fermezza morale, mentre non è in grado di fare nulla di concreto: niente deterrenza credibile, niente capacità industriale autonoma, niente volontà politica di sostituire davvero l’energia russa o di armare Kiev senza continuare a dipendere, in ultima istanza, da Washington. È la solita impotenza travestita da superiorità etica, la retorica che sostituisce la forza.

Va detto: con l’eccezione positiva di Giorgia Meloni, che anche questa settimana ha trovato parole coraggiose e misurate, da persona seria e di principio, e che tuttavia si rende ben conto della complessità del quadro. Anche Zelensky ha sbagliato. Ignorando le esigenze elettorali e pragmatiche di Trump, sottovalutando i tempi e le priorità della politica americana, ha lasciato campo libero a Putin, che ne ha cinicamente approfittato. Scommettere sulla sconfitta di Trump alle midterm, come da tempo fanno gli iraniani e come ora sembra fare il capo di Kiev, è un azzardo che rischia di rivelarsi letale per chi non ha alle spalle un mare di risorse. Realisticamente i repubblicani perderanno, ma anche dopo il 3 novembre bisognerà fare i conti con Trump. Questa crisi temo non sarà passeggera. Cosa resterà, alla fine? Il pessimismo cresce su tutti i fronti: un Trump che baratta pressione strategica per voti, un Putin che non molla, un’Europa che assiste e commenta, un’Ucraina che rischia di pagare il prezzo più alto. È un disastro, amici lettori: teniamoci alla larga dai demagoghi di tutti i tipi.

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