Le parole di Matteo Renzi contro la proposta di indulto hanno gettato nuova benzina su una polemica già in corso, trasportandola ancor più profondamente nel foro interno dei singoli partiti. L'indulto, va specificato, è un provvedimento di "clemenza" che applica uno sconto alla pena principale. Solitamente non si applica alle pene accessorie, come l'interdizione dai pubblici uffici. Questa precisazione è necessaria per spiegare ai profani perché si sia aperto un sub-dibattito relativo al sempre presente "caso Berlusconi". Il ministro della Giustizia, come si ricorderà, a diretta domanda di un cronista, aveva risposto che il provvedimento di amnistia e di indulto "non avrebbe riguardato" l'ex presidente del Consiglio. La dichiarazione era stata rilanciata e amplificata e anche contestata. In realtà ciò che voleva dire la signora Cancellieri è appunto che l'indulto, di per sé, potrebbe - se esteso alla tipologia di reato per cui è stato condannato - cancellare la pena detentiva ma non annullerebbe l'interdizione o il decadimento dalla carica. L'affermazione non era però corretta se estesa al provvedimento di amnistia, che estingue il reato e quindi può avere conseguenze anche sulle pene accessorie. Ma è tutto da discutere. Il provvedimento lo scriverà probabilmente lo stesso ministro e includerà o escluderà le tipologie di reato che riterrà politicamente opportuno. Si è sempre fatto così, d'altronde, escludendo di volta in volta i reati che destavano in quel momento più allarme sociale o scandalo pubblico. Se Renzi si sia schierato contro i provvedimenti di clemenza per opportunità - dopo aver preso visione dei sondaggi (Ispo per il Corsera) che registrano un vastissimo dissenso popolare verso qualunque misura di indulgenza - o perché ne era già convinto è oggetto di discussione. Bisogna però ammettere che le argomentazioni che ha addotto non sono né nuove né peregrine. Indulto e amnistia sono provvedimenti che per loro natura dovrebbero essere eccezionali, nella storia repubblicana invece ce n'è stato in media uno ogni quattro anni. Uno strumento che si usa ogni quattro anni è da considerarsi fisiologico e questo, oggettivamente, non ha senso e risulta incomprensibile. Per quale ragione uno deve riempire le carceri fino al limite della capienza e poi svuotarle a cadenza regolare con provvedimenti "straordinari"? Se il problema è il sovraffollamento - potrebbe obiettare un qualunque cittadino senziente - si costruiscano altre carceri. Se le motivazioni dell'intasamento invece sono altre - e cioè i tempi biblici della giustizia, l'utilizzo abnorme della carcerazione preventiva che troppo spesso risulta in ingiusta carcerazione di innocenti e l'eccessivo numero di fattispecie di reato che "inventiamo" - sarebbe più onesto, responsabile e sicuramente meno ipocrita intervenire con una riforma strutturale della giustizia. Renzi non l'ha detto proprio così, ma il senso era questo e non gli si può dare torto. Non si tratta, come già detto, di una posizione originale. Le stesse cose sono state dette in Parlamento ogni qualvolta sia giunto in discussione un provvedimento di questo tipo. L'ultima volta è stato durante il dibattito sul decreto "svuotacarceri" del governo Monti, trasformato in legge appena tre mesi fa. Qualcuno che è contrario alla nuova proposta di amnistia e indulto avanzata da Napolitano per combattere il sovraffolamento, non ha mancato infatti di sottolineare che è stato appena approvato un provvedimento per "svuotarle". Ma entriamo in uno di quei campi - che in Italia sono veramente troppi - in cui la sola richiesta di approfondire il dibattito può valere la demonizzazione e la scomunica civile. Chi dice no all'indulto - anche se chiede una riforma che non lo renda più necessario - è un forcaiolo. Questo non avviene però se a dirlo non è un leghista o uno di destra bensì il candidato segretario del Pd. A Renzi va dunque il merito se non altro di aver "normalizzato" il dibattito. Dibattito non scevro da dietrologie cospirazioniste, come vuole la tradizione italiota. Non mancano i commentatori e gli esperti di retroscena che assicurano che Napolitano insista con questi provvedimenti non già perché sensibile agli appelli dei radicali per umanizzare la vita detentiva o per i moniti che vengono immancabili da Bruxelles, ma perché così risolverebbe in sordina l'affaire Berlusconi salvando il governo Letta. Questa teoria è ovviamente diventata uno dei cavalli di battaglia dei proclami grillini contro il presidente della Repubblica del quale, per questo e altri motivi, si chiede l'impeachment o addirittura un procedimento giudiziario. In conclusione - se a una conclusione si può ambire - appare evidente che la grande maggioranza degli italiani sia contraria all'idea che delle persone che hanno commesso reati e sono state condannate ad una pena detentiva non la scontino e temono che, una volta usciti grazie ai provvedimenti proposti, gli stessi tornino a delinquere. Non pochi anzi esprimono la certezza che questo avvenga, con conseguente eventuale ritorno in carcere e quindi il riproporsi delle stesse condizioni che renderanno a breve opportuno un nuovo "svuotamento". La nostra storia, purtroppo, sembra dargli ragione. A questi cittadini non si può onestamente chiedere di prendere in considerazione tutte quelle ragioni, seppur note, che fanno sì che il carcere sia solo la stazione di arrivo di tutti i guasti irrisolti del nostro sistema giudiziario. A quel punto qualcuno potrebbe chiedere allora che la politica intervenga all'origine dei problemi. E chiedersi anche perché, sino ad ora, nessuno lo abbia fatto.
Se Renzi getta fuoco sull’indulto
di Marcello De Angelis - Le parole di Matteo Renzi contro la proposta di indulto hanno gettato nuova benzina su una polemica già in corso, trasportandola ancor più profondamente nel foro interno...