i grandi liberali

Ernesto Rossi, un liberista italiano dimenticato

Resta di lui una consegna che non invecchia: la libertà non è il contrario della giustizia

C’è un liberalismo (e anche un liberismo) italiano che non ha mai chiesto protezioni, e non scambiava la libertà con un posto in un consiglio di amministrazione. Aveva il nome secco di Ernesto Rossi, e la scomodità di chi ha imparato l’economia tra il carcere e il confino, non nelle anticamere.

Rossi non era un predicatore del mercato come liturgia.

Era un nemico del privilegio, e sapeva che il privilegio indossa due abiti, spesso cuciti dalla stessa sartoria: il monopolio o l’oligopolio che si fa legge, e lo Stato che si fa padrone per conto di pochi. I «padroni del vapore»—titolo che gli è rimasto addosso come un marchio—non erano affatto, per lui, i capitalisti in quanto tali. Erano i ceti monopolistici che sfruttano i consumatori, fanno volatilizzare i risparmi, e poi si presentano come custodi dell’ordine.

Contro di loro, e contro la loro santa alleanza con il potere pubblico, Rossi spese la sua vita. Luigi Einaudi, prodigo di discepoli meno che di giudizi, disse che sapeva l’economia meglio dei nove decimi dei professori universitari italiani. Non era un complimento di cortesia. Era il riconoscimento di un metodo: fatti, bilanci, tariffe, non aggettivi.

Il punto, che i benpensanti di ogni stagione si ostinano a non leggere, è questo. Rossi voleva togliere le incrostazioni che rendono il mercato odioso ai poveri e comodo ai furbi. Nella “Critica del capitalismo” scriveva che, quando si parla di regime capitalistico, si deve pensare a un ordine in cui la tutela della proprietà privata degli strumenti di produzione cammini insieme a una politica che elimini di continuo gli ostacoli alla libera concorrenza. Dentro quello schema, aggiungeva, sono possibili le riforme più radicali per abolire i privilegi e dare alle libertà un contenuto concreto anche per i meno abbienti. Non è la pagina di un socialdemocratico pentito. È la pagina di un liberale che ha capito una cosa semplice e rarissima: la concorrenza non è un dono della natura. È un istituto giuridico. Se non la si difende, muore, e al suo posto arriva il cartello, il dazio, la licenza, l’amico del ministro.

Di qui la battaglia, ostinata e spesso perdente, contro i move neppure arriva la tutela della legge, se scopre la possibilità di un nuovo guadagno.

“Abolire la miseria” nacque al confino, prima del Piano Beveridge. Rossi ne accettava la filosofia e l’idea di un servizio sanitario nazionale; e diffidava degli aiuti in denaro, che temeva come fonti di spreco e di parassitismo.

L’ideale, precisava, non è una società fossilizzata nelle regolamentazioni burocratiche. È una società più dinamica dell’attuale, articolata in innumerevoli organismi autonomi e continuamente mutevoli. Ecco il liberismo di Rossi, se proprio si vuole la parola che lui usava senza vergogna e senza idolatria: non lo Stato minimo come slogan da convegno, ma lo Stato che abbatte le dighe che ostacolano il mercato e non ne costruisce di nuove a beneficio degli amici.

C’è poi la pagina di Ventotene, forse la meno felice, e non a caso tuttora la più celebrata a suon di retorica. Quel Manifesto scritto con Altiero Spinelli e Eugenio Colorni portava con sé il rischio di un super-Stato, nonostante le buone intenzioni di Rossi, che sognava di togliere agli Stati nazionali il monopolio della pace e della guerra, lo stesso monopolio che in economia aveva prodotto autarchia, corporazioni, miseria vestita da grandezza. La prospettiva europea, per lui, doveva essere il prolungamento della lotta ai padroni del vapore: ma l’esito fu purtroppo quello che conosciamo. Una reliquia dirigista.

Decisamente preferibile, a mio avviso, la lezione di Rossi su “Il Mondo” di Mario Pannunzio, con cadenza settimanale. Anticlericale senza settarismo, ostile alle leggi corporative sopravvissute alla Liberazione, affezionato a un’Italia in cui il figlio dell’operaio e il figlio del borghese potessero competere.

“Settimo: non rubare” non era un pamphlet moralistico.

Era la denuncia di un furto legale: tariffe, partecipazioni statali, intese fra produttori. Il furto che non finisce in galera perché ha la forma del decreto.

Per questo Rossi resta scomodo, e per lunghi anni è stato pubblicamente evocato quasi soltanto da Marco Pannella. Alla sinistra che ha fatto dello Stato il solo nome della giustizia, ricorda che la miseria si abolisce smontando i monopoli che la producono.

Einaudi lo stimava. I padroni del vapore lo temevano. L’Italia ha preferito celebrarlo in fretta (per le cose meno riuscite) e dimenticarlo per le lezioni più importanti. Resta, di lui, una consegna che non invecchia: la libertà non è il contrario della giustizia. È il contrario della richiesta allo Stato di un permesso.

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