Politica

La coerenza criminale dell’ufficiale

di Riccardo Scarpa Nell’agosto del 1996 ero nei locali del Tribunale Militare di Roma in viale Giulio Cesare per raccontare il primo processo che Erich Priebke avrebbe affrontato in Italia, per...

Nell’agosto del 1996 ero nei locali del Tribunale Militare di Roma in viale Giulio Cesare per raccontare il primo processo che Erich Priebke avrebbe affrontato in Italia, per omicidio plurimo continuato, dopo la sua estradizione dall’Argentina. Cronisti e una folta rappresentanza della comunità ebraica erano stipati in uno stretto corridoio di passaggio, gli uni di fronte agli altri, in attesa dell’imputato. Che all’improvviso apparve, sguardo dritto, schiena dritta, impassibile di fronte alla selva di epiteti feroci e disperati che gli furono subito rivolti, in un infiammato crescendo emotivo da parenti e amici delle vittime delle Ardeatine, boia e assassino i più ripetibili. Il processo si concluse con una clamorosa assoluzione. Priebke uscì dall’aula ostentando una fierezza assurda, tenendo alta la testa, con gli occhi di chi guardava lontano ma anche indietro nel tempo, convinto evidentemente che la storia gli avesse reso una prima giustizia. Indossava un abito civile, giacca e pantaloni di un marroncino chiaro, su una camicia bianca e ben stirata. Ma quando mi passò davanti, a me che nella ressa generale gli lanciavo una domanda che non avrebbe avuto risposta, cioè se si fosse pentito delle sue malefatte, disse semplicemente «Sono stato giudicato…» e tirò dritto, protetto con molta difficoltà da un gruppo di carabinieri. In quel momento i suoi abiti civili sembrarono scomparire come d’incanto, lo vidi nella sua divisa di feroce aguzzino delle SS e capii che quell’uomo non avrebbe mai rinnegato il suo terribile e sanguinoso passato, che sarebbe rimasto fedele al suo dissennato giuramento di fedeltà al nazismo e che se quella folle ideologia non avesse avuto il logico epilogo che ebbe, se fosse per miracolo risultata vincente, Priebke, nella sua funerea divisa delle SS, non avrebbe esitato a ripetere i delitti e le efferatezza per i quali fu poi giudicato e giustamente condannato. Ora che il boia delle Ardeatine viaggia in una diversa dimensione, forse gli va riconosciuta una certa, seppure inaccettabile, coerenza criminale. E la nostra pietà cristiana potrebbe condurci all’accenno di un'attenuante: quell’uomo era davvero convinto di aver eseguito degli ordini, a cui non aveva potuto sottrarsi. Le risultanze processuali ci dicono che non volle sottrarsi e fu perciò giusta la sua condanna. Ma è anche vero la morte di Priebke lascia aperti molti altri interrogativi, su tutti l’eterna questione della liceità e addirittura della convenienza militare dell’attentato di via Rasella.

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