Una fragile tregua, non certo una riconciliazione definitiva. Il discorso di Berlusconi ha ricompattato il partito ma l’impressione è che l’unità raggiunta ieri durante la riunione dei gruppi parlamentari reggerà pochi giorni. E la prova del nove potrebbe già essere il voto di fiducia di domani in Senato. «Sia che si voti no sia che si voti sì ci sarà una parte di noi che sarà insoddisfatta» avverte una delle colombe. Per ora, insomma, nessuna spaccatura, il premier non potrà contare su defezioni del Pdl per sostenere il suo governo. Quell’ala dei moderati scontenti dello strappo sul governo non farà nulla per dare un’altra chance all’esecutivo, nonostante sui senatori del Popolo della Libertà ci siano forti pressioni. Specialmente da parte dei centristi di Scelta Civica. Ma dopo il voto qualcosa potrebbe accadere. Anche quello «spacchettamento» tra una Forza Italia affidata all’ala più dura e un Pdl a trazione moderata. Del resto questa era un’idea che Berlusconi aveva già avuto prima del voto del febbraio scorso, quando aveva in mente di creare un nuovo partito, con volti nuovi, imprenditori e giovani amministratori, e trasformare il Pdl in una «bad company» in cui far candidare i parlamentari uscenti. Ieri Berlusconi ha comunque rassicurato Angelino Alfano, incontrato con gli altri ministri prima della riunione con i parlamentari, promettendogli un ruolo di primo piano dentro Forza Italia. Ma le parole del Cavaliere non sembrano aver convinto più di tanto il vicepremier, visto il volto preoccupato e teso che ha avuto per tutta la riunione, come hanno raccontato alcuni parlamentari. Certo è che è stato il primo ad applaudire Berlusconi quando ha ribadito la fiducia in tutto il partito e la necessità di restare tutti uniti. «Ma che doveva fare – sbuffa uno dei deputati moderati – in quella situazione non aveva certo altre scelte». Ma tra le colombe resta soprattutto il dubbio di quanto sia percorribile la strada annunciata da Berlusconi di un no alla fiducia votando però tutti i provvedimenti economici del governo. Fabrizio Cicchitto, uscendo da Montecitorio ha dato voce alle perplessità di tutti: «O i ministri congelano le dimissioni e si va avanti, oppure il Pdl deve votare la fiducia. È l'unico modo per fare ciò che Berlusconi ha detto». A dire la verità il deputato del Pdl aveva chiesto di aprire una discussione su questo punto ma, ha spiegato «mi è stato cortesemente detto che il dibattito non era previsto». La questione, ha proseguito, è che «c’è una dialettica parlamentare e politica da portare avanti e il campo andava sgombrato dalle dimissioni. Non potevamo restare imbalsamati. Non è Letta che deve rispondere, siamo noi che dobbiamo approfondire alcuni aspetti del nostro comportamento verso il governo e poi Letta risponderà». «Sono interessato – ha poi ammesso – perché oggi ho sentito qualche elemento di novità ma se non si sciolgono i nodi politici quella di oggi è una decisione che rimane appesa». Insomma, è la conclusione, «nel Pdl non c’è smottamento ma il chiarimento è stato solo sfiorato».
Colombe deluse: «Non c’è chiarezza»
«La strategia del Cav è impraticabile» Uniti sulla fiducia. Poi rischio scissione