Politica

A Roma servono le Olimpiadi

di Marlowe - Nel febbraio 2012 chi scrive fu d'accordo con il no del governo alla candidatura di Roma alle Olimpiadi 2020; Il Tempo ospitò questa opinione a fianco di una favorevole. Oggi Marlowe è...

Nel febbraio 2012 chi scrive fu d'accordo con il no del governo alla candidatura di Roma alle Olimpiadi 2020; Il Tempo ospitò questa opinione a fianco di una favorevole. Oggi Marlowe è strenuamente favorevole: che cosa è cambiato, e soprattutto che cosa può cambiare negli anni che ci separano dalla decisione del Cio, e in caso di vittoria dai Giochi del 2024? Che cosa è cambiato: Gianni Alemanno racconta con amarezza le tre ore di attesa a palazzo Chigi per sentirsi negare i 5 miliardi di finanziamenti. Il metodo fu sgradevole (non certo un'eccezione con l'esecutivo Monti) ma quei soldi non c'erano. L'Italia era il grande rischio d'Europa, un rischio sistemico: il nostro default avrebbe distrutto l'euro e l'intero sistema finanziario. Le prime misure bocconiane - tasse e tagli - avevano sì raffreddato lo spread, a febbraio sceso a 360, ma da lì al 20 luglio saremmo tornati oltre quota 500 finché Mario Draghi non ci ha cavato dai pasticci. Esisteva una concretissima possibilità che altre lacrime e sangue venissero chiesti agli italiani: si potevano aggiungere i soldi per le Olimpiadi a chi si accingeva a pagare 24 miliardi di Imu, e versarne al fisco complessivamente 675, con tagli negli ospedali, nei trasporti e nelle scuole? Otre a questo, quante chance aveva la nostra candidatura di essere presa in considerazione? Madrid, come si è visto, è rimasta al palo. Con Tokyo si è non solo premiata un'area trainante del mondo, ma anche un paese che ha mostrato di saper invertire l'ineluttabilità della crisi, uscendo da 12 anni di recessione. Oggi l'Italia può giocarsi le sue carte. L'economia non è risanata, ma abbiamo mostrato di poterlo fare. Cento punti in meno di spread ancora non bastano, ma la grande crisi dell'euro non ci sarà. Invece abbiamo bisogno come il pane di misure vere per la crescita, anche eccezionali. Per esempio di accordi in deroga sul lavoro come per l'Expo milanese. E di una bella iniezione di autostima. Le Olimpiadi sono un volano per il Pil e indicano un modello di sviluppo. Questo non vale solo nelle nuove economie: Londra, ombelico del mondo, è maestra nello sfruttare i grandi eventi, dai Giochi al Royal Baby. C'è anche l'esempio opposto, Atene, dove l'alloro di Olimpia coprì i trucchi che hanno contribuito al crac della Grecia. Altre furbate non saranno consentite. Ma soprattutto l'Italia ha bisogno di guardare al futuro. Anzi di inventarselo di sana pianta: economico, sociale e politico. Nei prossimi anni cambierà la classe dirigente di destra e sinistra, e il suo primo compito sarà rilanciare e modernizzare il Paese. Anche di unificarlo, al di là delle ricorrenze di rito: intanto occorrerà evitare la solita zuffa provinciale. Milano, con l'Expo, sta già assumendo lo skyline da metropoli internazionale. Roma è ferma agli anni Sessanta: appunto alle Olimpiadi. Con tutto il rispetto per i progetti del sindaco Marino, ad una capitale europea non bastano la pedonalizzazione dei Fori e le piste ciclabili. Servono trasporti pubblici moderni, una viabilità completamente ripensata, una informatizzazione a tappeto con la mitica rete a banda ultralarga che consenta l'accesso a tutti ma anche permetta ai privati di tornare a guadagnare con l'informazione, i contenuti, la pubblicità. Serve anche un sistema dei rifiuti autosufficiente, oltre la raccolta differenziata: Londra si produce la propria energia, non manda spazzatura in Olanda come Napoli. Certo, gli orrori del passato vanno fuggiti come la peste. Tipo le linee metrò aperte e chiuse di Italia 90; o le piscine fuori tempo massimo by Calatrava dei Mondiali di nuoto 2009. Tuttavia proprio Italia 90 lanciò la telefonia mobile e l'Italia all'avanguardia nei cellulari. Fu colpa di altri se abbiamo perso l'occasione e la tecnologia. Dodici anni sono abbastanza per restituire al mondo e ai romani una capitale seduta, con il degrado diffuso dal Colosseo alle periferie. Soprattutto per ridarci un'idea di noi che abbiamo smarrito da troppo tempo: forse da quel 1960.

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