Quanto ci piace leggere la storia controcorrente soprattutto se si tratta di quella dell’altro ieri ed è raccontata con uno stile fluido, lucido, incisivo, pulsante fatto di nervi, carne, lacrime, sangue. Sono ricordi che affiorano in una memoria lucida dove anche i particolari di minore importanza, gli inverni freddi, i vestiti delle donne sensuali, le saponette alla lavanda acquistano colori, sapori, odori autentici. È come salire su un treno, sedersi su una comoda poltrona di velluto e intraprendere un viaggio a ritroso dimenticandosi di tutto il resto. È la magia di «Sangue Sesso Soldi» (Rizzoli editore) l’ultima fatica letteraria di Giampaolo Pansa prezioso testimone del nostro tempo. Il sottotitolo è «Una controstoria d’Italia dal 1946 a oggi». Ci sono tutti ma proprio tutti i personaggi chiave di questi decenni che hanno cambiato il volto del nostro Paese. Sotto ai riflettori di Pansa i fatti e gli eventi assumono una nuova luce. Lui è un giornalista come non ce ne sono più, un animale in estinzione, di quelli che non danno mai nulla per scontato e che guardano al di là di patine e vernici di facciata, uno scomodo, che illumina e apre la mente ma può lasciare ferite e squarci profondi. È un cane sciolto, non appartiene a una parrocchia in particolare. Per questo può essere molto amato ma anche molto odiato. Come i profeti, i predicatori e i santi folli che dicono verità scomode. E veniamo ai personaggi spennellati da Pansa. Chi ha detto che De Gasperi era un «servo» del governo americano? Invece Togliatti era genuflesso ai diktat di Stalin. L’avvocato Gianni Agnelli era grande ma copriva le mazzette pagate ai politici dalla Fiat. C’è poi una visione controcorrente anche del Sessantotto. Il sospetto che una certa agiografia manovrata da nostalgici e intellettuali di sinistra ne avesse amplificato la portata rivoluzionaria c’è sempre stato. Ora Pansa ci conferma: il Sessantotto è stato un bluff. Voleva cambiare il mondo in meglio. E invece l’unico vero frutto che lasciò fu il terrorismo, le Brigate Rosse. All’epoca Pansa era un giovanottone di 33 anni abbastanza disincantato da rendersi conto che intorno a lui proliferavano i pifferai di una rivoluzione inesistente. Come Achille Occhetto che sentenziò: «Siamo entrati in una fase di movimento della lotta per abbattere il capitalismo». Pansa all’epoca azzardò una previsione che poi si rivelò esatta: «Se questo Occhetto diventerà il leader del Pci porterà al disastro il suo partito». Con occhio impietoso analizzava lo sfascio dell’università, lo faceva in articoli di giornali di sinistra perché è sbagliato pensare che «gli eventi avessero portato tutti i cervello all’ammasso». Poi c’è il capitolo sulla strage di piazza Fontana. «Quel pomeriggio del 12 dicembre 1969 stavo lavorando a un’inchiesta sull’estrema destra - scrive Pansa - Me l’aveva chiesta Carlo Casalegno il vice di Ronchey alla Stampa. Ero a parlare con un anziano generale della Repubblica sociale quando arrivò una telefonata dal giornale». In pratica Pansa fu mandato in piazza Fontana. «Appena scesi dal taxi intuii quale sarebbe stato il mio futuro di giornalista. Quello di raccontare le storie di italiani qualunque finiti sotto le mani del boia e uccisi nei modi più diversi. Con le bombe, con le mitragliette con le rivoltelle a volte dopo la tortura di un sequestro». E infatti questo libro racconta anche di tanti sconosciuti, donne e uomini che con le loro vite private, con i loro trascorsi anche hanno contribuito a fare l’Italia. Ma torniamo al nostro cronista sul luogo della strage. Un racconto mozzafiato, più avvincente di un thriller: «Ero paralizzato dalla paura. Guardavo la voragine provocata dalla bomba, piena di corpi mutilati, sventrati, ustionati o che bruciavano ancora. Diciassette morti e ottantaquattro feriti... Nessuno di noi sapeva trovare un perché. Poi il lavoro ebbe il sopravvento sull’orrore». Andiamo oltre: eccoci arrivati alla meglio gioventù. Siamo al 1972-1975. Pansa racconta la Milano di piombo, quella delle pallottole e delle spranghe. E scrive: «A pestare e uccidere erano anche i neri. Il loro mattatoio si trovava a San Babila, l’area più elegante della città. Ma l’impero della violenza stava quasi tutto nelle mani della sinistra ultrà che urlava di essere la versione italiana del marxismo-leninismo». E via di questo passo. Può essere che «Sangue sesso soldi» che corrispondono poi alle tre S che fanno vendere i giornali, venga bollato come l’ennesimo libro revisionista di Pansa. Una volta veniva apostrofato come «giornalista borghese» ora può essere definito un destrozzo. Per lui che ha contribuito a squarciare il velo di certe ipocrisie di cui si è ammantata per la storiografia di sinistra, corrisponde a un complimento.
Pansa scrive la Controstoria
Libro In «Sangue Sesso Soldi» il ritratto del nostro Paese dal dopoguerra a oggi e attraverso il ’68 e gli Anni di piombo