Il partito democratico, di fronte alle argomentazioni di Luciano Violante esposte nei giorni scorsi e ribadite ieri nella sede torinese del partito, assomiglia sempre più al giovane Torless, protagonista del romanzo di Robert Musil, preda di turbamenti morali e ideologici di fronte alle parole tentatrici di un compagno corrotto e corruttore. Se un gruppo di senatori del Pd ha ritenuto di dover promuovere un incontro di "discussione e confronto" con l'ex presidente della Camera sulla tesi da lui sostenuta sulla possibilità che la Giunta per le elezioni possa rinviare alla Corte Costituzionale la legge Severino, ciò significa che la sorte di Berlusconi, quale che sia e al di là delle dichiarazioni di principio, è un elemento talmente divisivo per il Partito democratico da farne rischiare l'implosione. Violante, ieri, ha ribadito di non aver invocato nessun salvacondotto per l'ex premier e ha riaffermato il principio che il diritto alla difesa deve essere garantito per tutti: «È molto facile applicare le regole solo per gli amici - ha detto - è molto più complicato farlo per gli avversari». E ha aggiunto: «Non c'è legalità contro politica, non sono un garantista, ma un legalitario sì. Il Paese è in crisi perché non c'è rispetto delle regole». Parole che dovrebbero apparire ovvie in uno Stato di diritto, ma che sottolineano il dramma di un partito incapace di vincere le elezioni e aggrappato all'opportunità offerta dalla magistratura di eliminare per via giudiziaria il nemico. Anche a costo di rischiare, nell'opinione pubblica, l'identificazione con il giustizialismo. Lo dimostrano, senza possibilità di equivoco, le posizioni intransigenti e barricadere di Epifani e della Bindi. Questi negano la possibilità stessa di prendere in esame un esito diverso dal voto di decadenza di Berlusconi sulla base di una decisione assunta a monte, senza neppure rendersi conto che, con ciò, evocano quel "vincolo di mandato" fra parlamentari e partito escluso dalla carta costituzionale. Lo dimostrano, ancora, le aperture di altri esponenti del Pd alla ricerca di maggioranze alternative con dissidenti grillini. Un caos, insomma. Certificato anche da un Renzi che, dichiarata ufficialmente ieri la sua disponibilità a guidare il Pd, ne promette l'improbabile (e impossibile) rottamazione delle correnti.
Un partito alla deriva
di Francesco Perfetti Il partito democratico, di fronte alle argomentazioni di Luciano Violante esposte nei giorni scorsi e ribadite ieri nella sede torinese del partito, assomiglia sempre più al...