Politica

Quell’imposta pena accessoria

di Francesco DamatoGli avvoltoi della crisi -sempre loro- debbono rassegnarsi, e continuare la dieta. Il governo delle larghe intese, come il Parlamento, non va a casa ma in vacanza, per quanto le...

Gli avvoltoi della crisi -sempre loro- debbono rassegnarsi, e continuare la dieta. Il governo delle larghe intese, come il Parlamento, non va a casa ma in vacanza, per quanto le ferie dei ministri saranno naturalmente relative, con tutti i problemi aperti anche con le Camere chiuse. A cominciare naturalmente dall’Imu sulla prima casa. Alla cui abolizione, promessa dal Pdl agli italiani e reclamata ancora ieri da Silvio Berlusconi dopo la «iniquità» oppostagli dal Ministro dell’Economia, il presidente del Consiglio Enrico Letta ha tenuto ieri a lasciare prudentemente aperta la porta. Ad ordinargli di chiuderla non potrà certamente essere, tra la Cassazione e i giudici d’appello di Milano, un aggiornamento della pena «accessoria» alla condanna detentiva e definitiva del Cavaliere, o ex, come qualcuno già dice e scrive anticipando la revoca dell’onorificenza. Neppure l’immaginifico Antonio Esposito potrà inventarsi la conferma dell’Imu sulla prima casa come pena suppletiva, destinata però agli elettori colpevoli di avere votato per Berlusconi. Ed anche a quelli che non lo hanno votato ma non hanno neppure fatto vincere i suoi avversari. Gli avvoltoi -sempre loro- dovranno probabilmente ingoiare anche il rospo della esenzione delle prime case da un’imposta che già troppi danni ha procurato all’economia di un Paese in cui l’ottanta per cento delle persone abita in un appartamento di proprietà, senza vivere in castelli o ville di lusso come quelle di Berlusconi. Che prima all’Ici e poi all’Imu non ha mai cercato di sottrarsi, per quanto gli avversari lo abbiano sempre insinuato in malafede. L’impopolare ripristino dell’Imu sulla prima casa sarebbe d’altronde per la sinistra il peggiore viatico della campagna elettorale alla quale in tanti, da quelle parti, smaniano di arrivare con la solita vocazione suicida, compreso il giovane Matteo Renzi. Che è l’epigono -lui sì- di quel «doroteismo» di scuola democristiana appena attribuito ad Enrico Letta e ad altri amici o compagni di partito. Un doroteismo disposto a tutto, pure a cambiare repentinamente posizione, per conservare il potere. O per cercare di conquistarlo, come nel caso del sindaco al quale non basta più la sua Firenze.

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