Politica

Quelle presidenze stonate

di Francesco Damato - La pur mancata sfiducia "individuale" al vice presidente del Consiglio e ministro dell'Interno Angelino Alfano per il pasticcio kazako e la quasi contemporanea chiusura del...

La pur mancata sfiducia "individuale" al vice presidente del Consiglio e ministro dell'Interno Angelino Alfano per il pasticcio kazako e la quasi contemporanea chiusura del caso del vice presidente del Senato Roberto Calderoli, rimasto disinvoltamente al suo posto anche dopo aver dato dell'"orango" ad una ministra colpevole del colore della sua pelle, hanno confermato un'anomalia nel nostro sistema istituzionale che sarebbe ora di rimuovere. Cosa per la quale non occorre mettere mano alla Costituzione, bastando e avanzando aggiungere ai regolamenti parlamentari ciò che manca da troppo tempo. Un governo e anche un singolo ministro possono rischiare la sfiducia. Lo stesso presidente della Repubblica può rimetterci politicamente e persino giudiziariamente le penne con un procedimento d'accusa da avviare in sede parlamentare "per alto tradimento o per attentato alla Costituzione", come dice l'articolo 90 della stessa Costituzione, ma i presidenti e vice presidenti delle Camere no. Questi sono inamovibili e non sfiduciabili, per quante sciocchezze politiche possano e vogliano compiere durante il loro mandato. Anche quando, com'è accaduto nella scorsa legislatura a Montecitorio con Gianfranco Fini, il presidente interpreta e attua il suo ruolo dovutamente neutrale con tale disinvoltura da partecipare di certo ma forse anche promuovere nel suo ufficio riunioni per sfiduciare il governo in carica. Fini rimase imperterrito al suo posto sino all'insediamento della nuova Camera, dove gli elettori per fortuna ci hanno risparmiato di vederlo tornare. Come rimase al suo posto sino all'ultimo, sempre nella scorsa legislatura, la vice presidente leghista del Senato Rosi Mauro, sia dopo che aveva collezionato nell'aula di Palazzo Madama una serie rocambolesca di votazioni tanto irregolari da essere poi annullate dal presidente, sia dopo essere caduta in disgrazia, diciamo così, nel partito che aveva sino ad allora rappresentato. Come rimarrà al suo posto in questa legislatura il già ricordato Calderoli, che continuerà indisturbato ad associare ad ogni persona, secondo la descrizione ch'egli stesso ha fatto delle sue singolari abitudini, l'immagine di un animale. E pazienza se ad una ministra di colore debba capitare quella dell'orango. Così, in mancanza di un intervento sui regolamenti che ne consenta la sfiduciabilità, potranno contare di rimanere al loro posto in questa pur difficile e pericolante legislatura i presidenti del Senato Pietro Grasso e della Camera Laura Boldrini, per quante stravaganze potranno o vorranno commettere. E per quante difficoltà potranno ancora creare, volenti o nolenti, per calcolo o per caso, a chi ha il diritto di aspettarsi altro da loro. Non credo, per esempio, che il capo dello Stato abbia potuto apprezzare l'eccesso di zelo con cui Grasso ha voluto difenderne ruolo e prerogative l'altro ieri, nella seduta della tentata sfiducia ad Alfano, contestando al capogruppo grillino Nicola Morra il diritto di citare alcune delle parole dette il giorno primo al Quirinale dallo stesso Giorgio Napolitano anche sulla materia di cui si stava discutendo in quel momento a Palazzo Madama. Una interruzione, quella di Grasso a Morra, che è stata persino ripetuta e motivata in modo così sbrigativo e formalistico da avere dato l'impressione, magari sbagliata, di riderne lui stesso. Eppure, come giustamente hanno osservato una volta tanto gli abituali e prevenuti critici di Napolitano, che non perdono occasione di attaccarlo come un mezzo tiranno, alle parole pronunciate dal capo dello Stato sul maledetto pasticcio kazako e sui suoi riflessi istituzionali avevano potuto liberamente riferirsi al Senato, prima del capogruppo grillino, numerosi altri oratori, a cominciare dal presidente del Consiglio in un discorso pro-Alfano di grande efficacia politica, di stile degasperiano. Che non a caso è stato poi contraddetto nel suo partito, il Pd, dove molti hanno nostalgia non del grande Alcide De Gasperi ma dei comunisti che lo avversarono, sino a chiederne la cacciata dalla guida del governo a "calci nel culo", come disse Palmiro Togliatti, nelle elezioni del 1948. Fortunatamente perse dal Pci e vinte dalla Dc degasperiana.

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