Il governo riapre il dossier privatizzazioni? L'annuncio di Fabrizio Saccomanni da Mosca va letto in due modi, positivo e negativo. Positivo se le dismissioni si inquadrano in una strategia di politica industriale, negativo se rispondono solo all'urgenza di fare cassa. L'ottimo Saccomanni non si è fin qui rivelato un mago delle comunicazioni: anche ieri ha rettificato. Mettendo poi nello stesso mazzo holding strategiche e profittevoli per il Tesoro come Eni ed Enel, gruppi ammaccati ma strategici come Finmeccanica, il solito patrimonio immobiliare, e shakerando il tutto per utilizzarlo per i collaterali, cioè garanzie di prestiti internazionali fuori dalle tradizionali emissioni di Bot e Btp, il ministro non ha chiarito gli obiettivi del governo. Tranne su un punto: l'ormai assoluta necessità di ridurre il debito. Il Paese cammina su una lama. Il 130 per cento del Pil è un livello monstre, aumentato nonostante l'austerity, impossibile da domare se non con terapie shock. Saccomanni agisce in stretto contatto con Mario Draghi, il presidente della Bce che ha finora sostenuto i nostri titoli di stato sul mercato secondario utilizzando al massimo il proprio mandato ed esponendosi alle critiche della Germania. Due giorni fa Jorg Asmussen, il più draghiano dei tedeschi nel board della banca centrale, ha ricordato che l'istituto può attivare lo scudo anti-spread, cioè acquistare titoli direttamente in asta, usando il fondo Esm. È sembrato un segnale rivolto soprattutto a Italia e Spagna. Ma accettare lo scudo significa firmare le condizioni della Bce, di Bruxelles (titolare del fondo Esm) e di Berlino (maggiore azionista). Non proprio una passeggiata. È probabile che sull'asse Draghi-Saccomanni, con la sponda del Quirinale, si sia voluto inviare un segnale tanto ai mercati quanto alla politica. Agire sullo stock del debito è una questione più complessa dell'Imu e dell'Iva. Anche perché diversamente il fiscal compact imporrà dal 2015 tagli di 45-40 miliardi l'anno. E le prime misure vanno inserite già ad autunno del Documento di economia e finanza. Ma che significa privatizzare? Le operazioni del passato, iniziate nel giugno 1992 a bordo dello yacht reale inglese Britannia, una crociera con manager pubblici e banchieri internazionali alla quale partecipò anche Draghi, allora direttore generale del Tesoro, hanno fruttato 150 miliardi. Per legge, andati a riduzione del debito pubblico: che però non è stato domato. Da alcune cessioni lo Stato ha tratto un buon margine, su molte altre si potrebbe discutere. Le banche privatizzate in particolare da Romano Prodi potevano dare di più; mentre la Telecom consegnata al "nocciolino" dei privati ha iniziato una via crucis che dura tuttora. Oggi si potrebbero mettere sul mercato Eni ed Enel, controllate al 30 per cento. Ma significherebbe appunto ritirarsi dal settore strategico dell'energia. Anche la cessione di Finmeccanica, in queste condizioni, è come svendere l'argenteria, mentre sull'Ansaldo incombe l'interesse della Siemens. Appetibile è una quota delle Ferrovie. E non trascuriamo la Rai: quattro reti pubbliche costituiscono un record mondiale. Senza dimenticare l'immane capitalismo municipale di aziende tipo Acquedotto Pugliese ed Acea. Alla fine si sceglierà probabilmente la via di un fondo in cui far confluire immobili, utili di asset pubblici, concessioni. Uno strumento in grado di finanziarsi a 15-20 anni al di fuori del perimetro del debito. Serve però molta creatività, e l'ok europeo.
Per privatizzare serve creatività
di Marlowe - Il governo riapre il dossier privatizzazioni? L'annuncio di Fabrizio Saccomanni da Mosca va letto in due modi, positivo e negativo. Positivo se le dismissioni si inquadrano in una...