Due immagini raccontano, più di qualsiasi discorso, lo stato confusionale in cui si trova il Pd in questo momento. La prima è quella di Felice Casson. Il senatore prende la parola, pronuncia un durissimo discorso contro il ministro Angelino Alfano ma annuncia che, per disciplina di partito, voterà «no» alla sfiducia. Poi transita sotto il banco della presidenza e si lascia sfuggire un «sì». «Chiedo scusa per l’errore che ho fatto e di cui mi assumo la responsabilità - si corregge -, va inteso come un sì alla fiducia, quindi un no alla mozione». La seconda è il discorso che il capogruppo Luigi Zanda pronuncia durante le dichiarazioni di voto. Un capolavoro di equilibrismo che si conclude con l’invito al ministro lasciare una delle sue tre «poltrone» («potrebbe essere utile valutare se nelle 24 ore della sua giornata ci sia abbastanza tempo per la segreteria del suo partito, il ministero dell’Interno e il ruolo di vicepresidente del Consiglio»). La cosa è già abbastanza difficile da spiegare ma, subito dopo, Laura Puppato si alza e annuncia che con alcuni colleghi non seguirà le direttive del gruppo. In sintesi la lunga discussione di giovedì, le polemiche e le divisioni, il voto finale a maggioranza, sono stati inutili. Qualcuno farà notare che il Pd non è una «caserma», ma qui siamo ben oltre la libertà di coscienza. Ormai non c’è votazione in cui non si registri una spaccatura. Alla fine sono in tre (Puppato, Walter Tocci e Lucrezia Ricchiuti) ad uscire dall’Aula e non partecipare al voto. Altri sono «assenti giustificati» ma uno di questi, Corradino Mineo, scrive sul proprio sito: «Se qualcuno dei "dissidenti" dovesse essere espulso (come teme Civati) o discriminato o punito dalla burocrazia di partito, condividerei volentieri la sua sorte. E aggiungo che non mi sento affatto un "irresponsabile". Irresponsabile è la politica del rinvio, del non sapevo, è scaricare le colpe sugli apparati di polizia che d’ora in poi non si fideranno più del ministro dell’Interno né del governo». Allarme tutt’altro che infondato visto che il suo collega Stefano Esposito si scaglia contro i «dissidenti» (e chiama in causa anche il deputato Pippo Civati ndr ): «Zanda è stato chiarissimo. Ha espresso perfettamente la linea del gruppo. Poi arriva la Puppato che vuole farsi pubblicità... Per due terzi questi sono grillini, diciamolo: e allora se ne andassero con Grillo...». L’argomento verrà affrontato mercoledì nella riunione del gruppo (dovrebbe essere presente anche il premier Letta). Ma Zanda anticipa già ora che per i ribelli non ci saranno conseguenze. Nel frattempo il Pd resta in stato confusionale. E il segretario Guglielmo Epifani prova ad uscire dall’angolo: «Se il governo riesce ad arrivare a settembre, perché abbiamo la scadenza del 30 luglio con la sentenza della Cassazione nei confronti di Berlusconi, si capirà se potrà andare avanti come io penso e spero per l’interesse del Paese. A quel punto, secondo me, si porranno due problemi: ridefinire il suo programma alla luce dell’aggravamento della condizione sociale ed economica, fare un tagliando alla qualità, all’autorevolezza e alla forza politica del governo».
E nel Pd ognuno fa ciò che vuole
DissidentiLa linea decisa a maggioranza non convince tutti i senatori Epifani incalza il governo: «Se arriva a settembre bisogna fare un tagliando»
