Le informazioni fornite al Parlamento dal vice presidente del Consiglio e ministro dell'Interno Angelino Alfano, le dimissioni del suo capo di Gabinetto e gli altri cambiamenti in arrivo al Viminale e dintorni rischiano purtroppo di non chiudere il pasticcio kazako. I critici e gli avversari del governo hanno già annunciato di non voler demordere dal tentativo di sfiduciare Alfano, puntando non tanto sull’improbabile successo dell’assalto quanto sulla divisione che esso potrà creare fra i parlamentari e gli stessi dirigenti del Pd. Dove la confusione e le tensioni sono già altissime per la partita congressuale. Ma il pericolo maggiore viene dagli appelli più o meno espliciti alla magistratura perché intervenga nella vicenda, con l’apertura di una inchiesta che non lasci il pallino nelle mani della politica. Bastava leggere ieri il solito «Fatto Quotidiano» per rendersene conto, anche con quel riferimento sarcastico, dal sapore di una sfida, alla scarsa attitudine attribuita alla Procura della Repubblica di Roma a dare fastidio al potere politico. I competenti uffici giudiziari, in verità, hanno partecipato anch’essi al pasticcio kazako, in particolare per il rimpatrio forzato della moglie e della figlioletta del «ricercato», e non solo dissidente, Mukhtar Ablyazov. Ma paradossalmente l’annullamento, pur tardivo, dell’espulsione annunciato dallo stesso governo potrebbe fornire alla magistratura l’occasione, o il pretesto, di un’indagine. Con tutto quel che di tossico ne potrebbe conseguire per l’uso strumentale che abitualmente si riesce disgraziatamente a fare in Italia di un’inchiesta giudiziaria quando s’intreccia con la lotta politica.
No ad appendici giudiziarie
di Francesco DamatoLe informazioni fornite al Parlamento dal vice presidente del Consiglio e ministro dell'Interno Angelino Alfano, le dimissioni del suo capo di Gabinetto e gli altri cambiamenti...