Politica

Il Pdl avvisa il Pd «Niente ribaltoni»

I berluscones rinnovano la fiducia a Letta «Epifani chiarisca sui rapporti con M5S»

I mal di pancia non sono passati. Ma, per il momento, la linea delle «colombe» sembra essere ancora predominante rispetto a quella dei «falchi»: il Pdl non minerà la tenuta del governo Letta. Anche perché l’approvazione del «decreto del fare» seda sul nascere ogni ulteriore frizione. Certo però i tentennamenti di Palazzo Chigi su Imu e Iva non sono stati digeriti in via dell’Umiltà, ma la fiducia al governo non è discussione, purché però vengano rispettati i punti-cardine del programma. Piuttosto - secondo gli uomini più vicini a Berlusconi - le insidie maggiori provengono dal Nazareno. L’intervista di Pier Luigi Bersani al Corriere e le esternazioni di tanti ex Ds pronti al ribaltone nel caso in cui i dissidenti grillini dovessero costituire un gruppo autonomo al Senato in grado di garantire la tenuta di una maggioranza, vengono viste come ben più d’una minaccia. Berlusconi sceglie la via del silenzio. Ma, complice l’incertezza sulle mosse future e sul destino di molti dirigenti, nel Pdl si acuisce la spaccatura tra i fan del ritorno a Forza Italia - con tanto di schema «azienda» per l’organizzazione territoriale e la ricerca di fondi - e chi al contrario vede l’imminente rottamazione come fumo negli occhi ed è pronto a ipotizzare una scissione verso Scelta Civica e Udc. Ad agitare ulteriormente le acque movimentate di un partito che fatica a trovare una rotta arrivano le parole di Bersani che non esclude affatto un ritorno al «governo del cambiamento» Pd-M5S. Timore, del resto, nutrito sin dall’inizio dallo stesso Berlusconi, il quale nei suoi discorsi privati non ha mai nascosto il rischio che l’ala ex Ds del Pd, qualora il Pdl dovesse mettere in discussione l’esecutivo, possa stringere un patto con i dissidenti grillini per arrivare - è la vera preoccupazione del Cav - a votare l’ineleggibilità dell’ex premier al Senato. Ipotesi, quella di un «governo rosso», che il Cavaliere vede come fumo negli occhi: sarebbe un tradimento della volontà popolare - avrebbe spiegato ai suoi - e il Quirinale non potrebbe non tenerne conto. Il congresso del Pd e le lotte interne per conquistare il potere rischiano di travolgere Letta e alcuni nel Pd sarebbero pronti a tutto, persino ad allearsi con i dissidenti M5S. Inevitabile, quindi, la reazione dei fedelissimi del Cav. «La crisi nel gruppo parlamentare dei grillini, l’aggressiva intervista di Bersani al Corriere , le false gaffe di Zanonato mettono in evidenza che esistono forze e disegni che hanno per obiettivo quello di far saltare l’attuale quadro politico ma non per andare ad elezioni, bensì per far finalmente prevalere il famoso governo del cambiamento - spiega Fabrizio Cicchitto - Ciò vuol dire, però, che se è vero che il Pdl non ha nessuna convenienza a provocare alcuna crisi di governo, è essenziale l’operatività dell’esecutivo su Imu, Iva e sull’apertura di una vertenza Europa. Il premier deve avere piena coscienza che il suo governo deve dimostrare una capacità programmatica operativa forte finora non emersa». «Il governo Letta nasce in emergenza e ha come ragione d’essere le risposte alla crisi economica - rimarca Maria Stella Gelmini - Pensare di sostituire il Pdl con alcuni esponenti del M5S è un’operazione politicamente inaccettabile. Chi allude alla fine del governo Letta e vede all’orizzonte un nuovo esecutivo vaneggia». Daniela Santanché è lapidaria: «Pensare di fare un governo Pd-M5S facendo fuori il Pdl è un’operazione di corto, cortissimo respiro che non vedrà mai la luce». Anna Maria Bernini non accetta le dichiarazioni di Bersani e Zanonato - che aveva smentito gli impegni presi dal premier sul fisco - ed esorta il segretario Pd Guglielmo Epifani a «essere chiaro con il governo, con il premier Letta e con gli italiani. Che cosa intendeva dire quando ha affermato che la fine del governo non coincide necessariamente con la fine della legislatura? Certe uscite - prosegue Bernini - dimostrano l’irresponsabilità di chi, facendo parte della maggioranza, dovrebbe pensare al bene del Paese e invece continua a guardare l’ombelico del proprio partito e del prossimo congresso». Ma anche nel Pdl le acque restano agitate. Le fibrillazioni dei «falchi», sempre più insofferenti verso il governo, tornano a farsi sentire, prendendo di mira la delegazione azzurra al governo, rea a loro dire di essere troppo morbida, soprattutto a difesa delle misure care al Pdl, quali Imu e Iva, e troppo governativa sulle riforme. E c’è chi, come Raffaele Fitto e Roberto Formigoni, chiede un confronto interno, con la convocazione dei gruppi parlamentari e di un ufficio di presidenza. Su tutto pesa la spada di Damocle dei processi del Cavaliere: mercoledì è atteso il pronunciamento della Consulta sul legittimo impedimento chiesto nel 2010 dai legali di Berlusconi e negato dal Tribunale di Milano nell’ambito del processo Mediaset. Pronunciamento sul quale l’ex premier spera per vedere di fatto annullato l’intero procedimento. A fine mese dovrebbe poi andare a sentenza il processo Ruby. Appuntamenti che agitano il sonno del Cav e che si ripercuotono sul partito. Al momento la linea nei confronti del governo non cambia: le sentenze non avranno ripercussioni sull’esecutivo. Ma l’incognita transfughi M5S, gli smottamenti interni al Pd e le mosse di Napolitano in caso di crisi, spingono le «colombe» a frenare su possibili scenari «catastrofisti», che vorrebbero un Berlusconi tentato dallo staccare la spina a Letta e andare al voto. Al contrario, i «falchi» - le cui fila si vanno ingrossandosi - spingono affinché sia il Pdl, prima del «ribaltone rosso», a prendere il toro per le corna e tornare al voto: il governo è immobilizzato - è il ragionamento - difficilmente potrà fare le riforme economiche necessarie. Un immobilismo che preoccuperebbe anche il Cavaliere e di cui ne avrebbe parlato con il premier Letta, spronandolo ad avere più coraggio.

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