Nella guerra che Beppe Grillo ha dichiarato a tutti, e che alla fine condurrà anche contro se stesso, com’è nell’ordine naturale di un’avventura comica, è stato tentato ieri un salto professionale. Purtroppo anch’esso ridicolo, firmato sul blog grillino dalla barba più pettinata del movimento pentastellare: Paolo Becchi, professore di filosofia del diritto all’Università di Genova. Il quale ha cercato di applicare alla situazione italiana l’immagine addirittura del "colpo di Stato permanente" coniata nel 1964 dal socialista e futuro presidente della Repubblica francese Francois Mitterrand contro il potere gollista cresciuto attorno alla Costituzione del 1958. Assente in prima persona per onorare evidentemente il sabato semifestivo, Grillo ha quindi affidato al suo filosofo la prosecuzione dell’autopsia del Parlamento da lui avviata il giorno prima con il naso turato per la puzza. Quella emessa dalla "tomba" dove marcirebbero le istituzioni, oltre ai quasi mille parlamentari, compresi quelli grillini, approdativi a fine febbraio con una legge elettorale "incostituzionale", ha certificato ieri Becchi anticipando il verdetto atteso dalla Corte competente. E andando ben oltre la questione della soglia mancante per l’accesso al premio di maggioranza, già evidenziata dai giudici della Consulta. La mira forse è anche contro le liste bloccate, oggettivamente scandalose, che hanno tuttavia permesso pure al comico genovese di mandare alla Camera e al Senato chi ha voluto. «La scatola è vuota», aveva annunciato l'altro ieri Grillo, con lo stile di certi messaggi cifrati di Radio Londra, pensando al "tonno" che prima delle elezioni egli pensava di trovare in Parlamento, una volta aperta la confezione dai suoi rappresentanti muniti degli attrezzi necessari. Ieri il suo filosofo e professore ha cercato di riempire la scatola, ma di altri vuoti. Che sono costituiti dalla lettura strampalata che, sia pure sull’onda di tesi esposte in questi giorni anche da più titolati esperti del ramo, come Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky, tutti collocati a sinistra, Becchi ha dato dei poteri delle Camere. Alle quali, secondo lui, la Costituzione impedirebbe la riforma di cui il governo ha appena aperto il cantiere sperando di poterlo chiudere felicemente fra 18 mesi. Una riforma intesa in senso organico, riguardante cioè più punti collegati fra di loro, e inclusiva di una nuova qualificazione e distribuzione dei rapporti istituzionali, non sarebbe permessa dall’articolo 138 della Costituzione, quello che ne disciplina le modifiche, per via di una parolina: "revisione". Usata in quell’articolo, secondo Becchi, apposta per impedire al potere "costituito" del Parlamento di trasformarsi in "costituente", con una riforma, appunto, vera e propria della Carta fondamentale della Repubblica. Occorrerebbe ricorrere, per questo tipo di riforma, evidentemente al popolo sovrano. Di cui è francamente difficile immaginare le procedure d’accesso, se non per via di un referendum. Al quale però i cittadini dovrebbero essere chiamati per pronunciarsi su un progetto preparato da altri. Cioè dallo stesso Parlamento. Ma ciò coincide proprio con le procedure avviate in questi giorni, che prevedono alla fine una verifica referendaria della riforma, a prescindere dal tipo di maggioranza con cui essa dovesse risultare approvata dalle Camere. Di che cosa, quindi, discutiamo distinguendo fra potere costituito e costituente? Di nulla. Peraltro, anche la strada di un’apposita Assemblea Costituente, da molti e da molto tempo indicata giustamente, e preferita, come alternativa alle procedure fissate dall’articolo 138 della Costituzione, non potrebbe che partire da una decisione del potere "costituito" rappresentato dal Parlamento. O no? Di concreto, alla fine, rimane quindi un bel niente degli sproloqui e della guerra di Grillo, e dei suoi, a tutti e a tutto. Una guerra che ha ricordato in questi giorni stile e contenuti degli esordi del fascismo mussoliniano ad alcuni, anche autorevoli, esponenti del Pd. Che sono però gli stessi prodigatisi lungamente e comicamente, pure loro, all’inizio di questa legislatura a corteggiare i grillini per ottenerne l’appoggio ad un governo "di cambiamento e combattimento". Così lo definiva l’allora segretario del Pd e aspirante a Palazzo Chigi Pier Luigi Bersani, incoraggiato da Nichi Vendola e mosso solo dalla volontà di inchiodare all’opposizione l’odiato Silvio Berlusconi dopo una rimonta elettorale imprevista e sgradita.
L’astratta guerra di Grillo
Nella guerra che Beppe Grillo ha dichiarato a tutti, e che alla fine condurrà anche contro se stesso, com’è nell’ordine naturale di un’avventura comica, è stato tentato ieri un salto professionale....