Come afferma il Tempo di ieri, Equitalia non è il problema del fisco italiano. Che rischia da qui a poco di collassare aggravando la già grave situazione del Paese e portando ai limiti del sostenibile la tensione sociale. Equitalia non è il vero problema, costituito invece da una classe politica che alterna promesse finte a minacce di cartapesta, come ha certificato la Corte dei conti. Se però Equitalia non è il centro del problema, ne fa comunque parte. Diversamente non si spiegherebbe come mai, dopo anni di cartelle pazze e ganasce sulla casa o lo stipendio, ora decida in extremis di adottare metodi più civili: evidentemente quelli in vigore non lo sono. Anche la professionalità di Attilio Befera non si discute. Prima di lui il sistema di esazione locale costava più di ciò che rendeva, e infatti i Comuni, dopo avere elettoralmente disdetto le convenzioni con Equitalia ora si scoprono incapaci di fare quel lavoro sporco che pure va fatto, e invocano una proroga che siamo pronti a scommettere durerà a lungo. Il vero punto critico è il doppio ruolo di Befera di presidente di Equitalia e direttore dell'Agenzia delle Entrate. Forse è l'unico tra i gran commis che sappia farlo, ma questo non significa che sia una buona soluzione: è come se il capo della polizia fosse anche ministro dell'Interno. Il massimo tecnico delle Entrate deve rappresentare al governo e al Parlamento la situazione fiscale del Paese e suggerire le opzioni di intervento. Se diventa anche dominus ed esecutore, qualcosa alla fine non torna. Lo si è visto con il redditometro, uno strumento che doveva essere di "compliance", cioè di collaborazione tra fisco e contribuenti, e ha subìto una mutazione fino a diventare un mostro ingestibile e, parole appunto della Corte dei conti, dannoso per i suoi stessi obiettivi; aggravando la crisi dei consumi e dando a molti l’alibi per rifugiarsi nel nero, quindi producendo un minor gettito ancora prima di entrare in funzione. Il mostro ha poi generato un mostriciattolo, il redditest, il software con il quale parecchi, più che valutare la coerenza della denuncia dei redditi, e quindi dichiarare i guadagni effettivi, si sono ingegnati a capire fino a dove potevano dichiarare di meno. Si poteva evitare facendo tesoro del fiasco della tassa sugli yacht, che ha provocato la fuga verso la Francia e la Croazia e mandato in crisi un intero settore. Questo significa che gli evasori vanno lasciati in pace? Neppure per sogno. Basta utilizzare al meglio, in silenzio e senza troppe campagne, i molti strumenti dei quali il fisco si è dotato: dall'esame analitico di conti bancari e carte di credito ai dati trasmessi in automatico dai notai, dal registro automobilistico, da tutti coloro (scuole, cliniche, professionisti) che ci chiedono il codice fiscale. Quando Befera dichiara, come ha fatto martedì, che l'imposizione sugli immobili è iniqua perché le aliquote - che il governo Monti ha portato al top d'Europa - si applicano su rendite catastali campate in aria, dice una sacrosanta verità. Il risultato più evidente lo ha evidenziato a Roma uno degli ultimi atti della giunta Alemanno, che aggiornando le rendite degli immobili in centro ha potuto esentare molte abitazioni popolari: un attico al Colosseo accatastato come lavatoio paga meno di un appartamento in periferia. Ma allora perché il Befera massimo tecnico del sistema fiscale, non si è messo ventre a terra per sanare questa "iniquità", con la stessa implacabile determinazione con la quale il Befera esattore ha incassato le cartelle di Equitalia? È dal 2006 che c'è l'obbligo di dichiarare al notaio il prezzo esatto della compravendita, e il notaio lo trasmette al fisco e ai Comuni. Perché si è mosso solo un comune su otto? La risposta è all'inizio. Le tasse sono ormai missili delle guerre elettorali, e noi contribuenti la carne da macello. D'accordo, le promesse esistono in ogni parte del mondo: ma o si mantengono o si va a casa. Qui Imu, Iva, patrimoniale, redditometro, sono ormai variabili di una perenne guerra politica, addirittura ideologica (l'Imu è di sinistra?) che nega a famiglie e aziende ogni certezza sul futuro. Così i Comuni non aggiornano il catasto perché non vogliono grane né sanno far lavorare i propri dipendenti: e lo Stato e i governi glielo consentono. I nodi verranno al pettine presto: quando si vedrà che cosa si farà davvero sull'Imu, sull'Iva, sulle tasse sul lavoro. Nel frattempo la Svizzera, e perfino la Spagna, stanno attrezzando ponti d'oro per chi volesse, legalmente, trasferirvi la propria attività o la residenza. Che abbiano già capito come andrà a finire?
La via perversa di tasse a sorpresa
di Marlowe - Come afferma il Tempo di ieri, Equitalia non è il problema del fisco italiano. Che rischia da qui a poco di collassare aggravando la già grave situazione del Paese e portando ai limiti...