Altro che 18 mesi come auspica il presidente della Repubblica Napolitano, non sarà semplice raggiungere un’intesa sulle riforme. Anche perché il centrosinistra è diviso. Soprattutto sul presidenzialismo. Il dito nella piaga lo mette il vicecapogruppo alla Camera del M5S, Riccardo Nuti: «Stupisce che il Pd stia convergendo su questa linea quando prima ne era oppositore. Per far funzionare il Paese non serve andare sul presidenzialismo». Ma se tanti Democratici, a partire da Veltroni e Renzi, sono favorevoli al modello francese, altri non ne vogliono nemmeno sentire parlare. Il capogruppo del Pd al Senato, Luigi Zanda, non usa mezzi termini: prima di fare la riforma in senso presidenzialista bisogna fare «la legge sul conflitto di interessi e una nuova legge elettorale». Gianni Cuperlo ha chiesto invece che il Partito democratico discuta di riforme nei suoi organismi dirigenti e consulti la base invece di procedere in ordine sparso: «Stiamo parlando del volto istituzionale e democratico dell’Italia per i prossimi decenni. È una discussione da affrontare con un enorme senso di responsabilità». Scontato, a questo punto, il tentativo della deputata Alessandra Moretti (Pd): «Sul presidenzialismo non siamo tutti d’accordo. Sarà comunque importante decidere prima di cambiare la legge elettorale perché i due aspetti sono collegati. Le priorità comunque sono altre, prima fra tutte il lavoro». Non starà più in Parlamento ma il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, non ha tentennamenti: «Giù le mani dalla Costituzione: lo ripetiamo da tempo e non ci stanchiamo di ribadirlo anche oggi, dopo aver ascoltato le oscene proposte, avanzate da molti buontemponi, sull’elezione diretta del Capo dello Stato. Ma come si può parlare di presidenzialismo o semipresidenzialismo in un Paese che non ha ancora risolto quell’anomalia che si chiama conflitto d’interessi? Come si può in un momento di così grave crisi economica, istituzionale e sociale contemplare una modifica della Carta di tale portata?». Maurizio Gasparri (Pdl) ha un’idea diversa: «Bisogna fare le riforme vere e serie, non bisogna fare un ritocchino alla legge elettorale, sarebbe un fallimento. L’elezione diretta del capo dello Stato è la premessa a una serie di altre scelte, revisione del bicameralismo, riduzione del numero dei parlamentari e legge elettorale in sintonia con la scelta presidenzialista». Ancora più determinato Fabrizio Cicchitto (Pdl): «Vale la pena impegnarsi nella realizzazione del programma massimo, cioè l’elezione diretta del presidente della Repubblica e una legge elettorale fondata sui due turni di collegio». Conclude Deborah Bergamini (Pdl): «Negli ultimi anni si è registrata un’evoluzione naturale del nostro sistema istituzionale nel senso di un presidenzialismo di fatto; un’evoluzione che è stata accompagnata dalla crescente richiesta dei cittadini di una maggiore partecipazione ai processi democratici».
Il presidenzialismo spacca il Pd
DemocraticiRenziani favorevoli al voto diretto del Capo dello Stato Ma Zanda: «Prima il conflitto di interessi». Il Pdl: no ai ritocchini
