di Francesco Damato Per fortuna Andrea Camilleri è solo uno scrittore, sceneggiatore e regista televisivo. Il suo Montalbano, pur fratello del politico Nicola Zingaretti, è solo un commissario immaginario di Polizia. E "il Fatto Quotidiano" è solo un giornale acquistabile in edicola, come tutti opinabile e fallibile. Se Camilleri, con i suoi 88 anni da compiere il 6 settembre prossimo, riuscisse a scalare la Corte Costituzionale, magari di notte, e a far diventare il simpatico Montalbano un commissario vero, provvisto di manette agli ordini della Corte o di altro potere giudiziario, e il giornale diretto da Antonio Padellaro, "il Fatto" appunto, diventasse la Gazzetta Ufficiale della Repubblica, e non quella ufficiosa di alcune sue Procure, non vi sarebbe scampo per il povero Giorgio Napolitano. Che, a 88 anni, pure lui, da compiere il 29 giugno - auguri anticipati, caro presidente- e a meno di due mesi dall'inizio del suo secondo mandato al Quirinale, si troverebbe veramente nei guai. In odore di "impeachment" parlamentare e di processo davanti alla Corte per avere "mandato in vacca la Costituzione", come lo ha accusato ieri Camilleri sul giornale di Padellaro. Il quale ne ha voluto personalmente condividere e rilanciare l'attacco nell'editoriale "Un Colle solo al comando", a commento della "vigilanza" appena annunciata dal capo dello Stato sui partiti ancora una volta tentati, se mai hanno smesso di sottrarvisi davvero, dalla "inconcludenza" sul terreno ormai indifferibile delle riforme istituzionale ed elettorale. Che sono diventate complementari alle urgenti misure necessarie per tirare fuori il Paese dalla crisi economica. Altro che testimone per le presunte trattative fra lo Stato e la mafia di una ventina d'anni fa al processone appena cominciato a Palermo, come hanno chiesto i pubblici ministeri fra gli incoraggiamenti de "il Fatto". È quindi agli arresti, pur domiciliari per la sua età, tradottovi e controllato da Montalbano, che da certe parti si sogna forse di vedere Napolitano dopo il suo "discorso da Repubblica presidenziale". Così il giornale tifoso delle Procure ha definito il messaggio del capo dello Stato in occasione della festa del 2 giugno: quello della già citata "vigilanza" sui partiti, e dell'auspicio di potere festeggiare il prossimo compleanno repubblicano registrando finalmente per l'Italia "una prospettiva nuova, più serena e sicura". Con qualche anticipo, peraltro, rispetto ai diciotto mesi del pur "appropriato" traguardo o tagliando propostosi dal governo di Enrico Letta. La Repubblica "presidenziale", anche nella versione "semi" felicemente sperimentata in Francia, dove il capo dello Stato viene eletto direttamente dal popolo e detiene pure poteri di governo, dividendoli con il presidente del Consiglio, è ancora vissuta come un incubo da una certa sinistra di origine marxista e cattolica. Eppure all'Assemblea Costituente il presidenzialismo fu sostenuto da un giurista del Partito d'Azione come Piero Calamandrei. Fu riproposto nel 1964 da un repubblicano antifascista e storico come Randolfo Pacciardi e rilanciato nel 1979 con il progetto della "grande riforma" dall'allora segretario socialista Bettino Craxi. E nel Pd vi hanno più o meno aperto negli ultimi giorni, in ordine rigorosamente alfabetico, il segretario Guglielmo Epifani, Romano Prodi, Matteo Renzi e Walter Veltroni. Ma i post-democristiani Rosy Bindi e Giuseppe Fioroni sono insorti chiedendo un referendum interno, non bastando evidentemente il congresso d'autunno del Pd imposto dallo statuto e dal fallimento elettorale e politico della segreteria di Pier Luigi Bersani. E Nichi Vendola, dall'esterno, soffia sul fuoco con Beppe Grillo e Stefano Rodotà, di nuovo improvvisamente insieme, gridando contro lo "sbandamento culturale" e il "balocco" appunto del presidenzialismo. Di cui è sospettato ora anche il presidente del Consiglio per avere appena auspicato "un modo diverso" di elezione del capo dello Stato, "scatenando" - gli ha rimproverato ieri "l'Unità"- l'interesse del partito di Silvio Berlusconi. Che è presidenzialista da sempre. Cosa, questa, che evidentemente da sola motiva certa sinistra cavernicola a irrigidirsi, incapace com'è di vivere senza ostilità preconcetta e assoluta, cioè odio, per l'avversario di turno.
Nemici per vocazione
di Francesco Damato...