di Francesco Aracri * Leggendo le cronache di questi giorni su un tema caldo qual è la giustizia, la sua indipendenza ed il suo funzionamento, vengono spontanee alcune riflessioni. Berlusconi fino alla fine del 1993, pur essendo impegnato in diverse attività imprenditoriali non riceve particolari attenzioni dalla magistratura. Alla fine del 1993, entra in politica con il centrodestra. Da allora subisce 33 processi. Uno ogni sette mesi. Quasi tutti si concludono con assoluzioni, archiviazioni e prescrizioni. Centootto procedimenti hanno riguardato le sue aziende (2483 udienze). Mentre avviene ciò, il Rapporto 2012 sulla competitività globale di 144 Paesi, il World Economic Forum, colloca l'Italia al 42esimo posto per il funzionamento della giustizia. L'efficienza del nostro sistema giudiziario viene collocata al livello del Burundi e viene surclassata da Zambia e Bangladesh. In termini di costo il nostro sistema giudiziario è il più caro, e di molto, di tutti quelli presenti in Europa. I tanti politologi stranieri che si sono espressi sul nostro sistema giudiziario, focalizzano tre aspetti: 1) Lentezza ed inefficienza. Fra le economie avanzate, solo Italia e Brasile registrano una tale disfunzione. 2) Estrema arbitrarietà dei magistrati, che in Italia possono arrestare senza le prove e che, come sottolinea il professore Luttwak, sono alla base di ogni procedimento, in qualsivoglia paese democratico. 3) Eccesso di procedimenti penali contro attività economiche, che in ogni parte del mondo sono regolamentate dal codice civile. Luciano Violante, ex parlamentare del Pd ed ex magistrato, fa notare come "alcune cose avvengano solo in Italia e in alcuni Paesi del CentroSud America". Nessun indagato può difendersi da quello che Violante definisce "intreccio malato". Il processo, l'eventuale assoluzione, a questo punto non contano più. Quello che conta è l'accusa, l'intercettazione, o l'arresto che occupano giornali e salotti televisivi. Quando qualcuno afferma che la nostra giustizia è lenta per la carenza di risorse, basterà a riguardo mensionare quanto scritto nel 2007 dall'allora ministro Tommaso Padoa Schioppa, che nel libro verde sulla spesa pubblica, calcolava che tribunali e procure costassero 67 euro pro capite ai cittadini italiani contro 46,7 dei francesi, 22,6 degli inglesi, 55,5 degli spagnoli, 46,7 dei finlandesi e 28,7 dei danesi. Solo i tedeschi sforano più di noi. Nel 2010, come è avvenuto in tutta Europa, il governo Berlusconi ha tentato di porre un tetto agli stipendi del pubblico impiego, nulla di traumatico: le retribuzioni oltre i 90 mila euro venivano ridotte del 5% per la parte che arrivava ai 150 mila euro, e del 10% per la parte superiore a quella soglia. I magistrati di vari tribunali hanno fatto ricorso e la Corte Costituzionale ha bloccato tutto, ha abolito i tagli e in più ha restituito i conguagli di stipendio per gli anni 2012-2013. Sul complessivo non funzionamento, pesano i doppi incarichi. Il governo Monti ha fatto decadere la norma contenuta del decreto anti corruzione, per il collocamento fuori ruolo dei magistrati. In questo modo tutti i togati, continuano ad avere doppi incarichi. A tal riguardo, solo nel 2012, il Csm ha autorizzato 1423 incarichi a tempo parziale. Da noi un magistrato che sbaglia non paga mai. Dal 1999 al 2010, il Csm ha avviato 1703 procedimenti disciplinari, tutti conclusi con ammonimenti di vario tipo, la rimozione ha toccato lo 0,7%. Dal 1998 ad oggi, solo 4 magistrati sono stati condannati in sede civile, a fronte di 406 cause, delle quali solo 34 ammesse dai tribunali. A pagare non è mai stato il magistrato, ma l'Erario. Il nostro sistema giudiziario va riformato, non perché bisogna imbavagliare i magistrati, ma perché non funziona, e gli unici ad essere penalizzati sono gli italiani, oltre che la GIUSTIZIA. * Senatore Commissione Lavori Pubblici e Comunicazioni
Una Giustizia da riformare
di Francesco Aracri...