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Perché non fare più compiti a casa

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di Marlowe Giustamente Sarina Biraghi ha definito "a schiena dritta" l’europeismo di Enrico Letta. Spesso i nostri premier sono partiti per Bruxelles facendo i leoni in patria e poi trasformandosi in agnelli. Anziché vedersi riconoscere il dovuto hanno concesso qualche nuova manovra e tassa da attuare al ritorno. I famosi "compiti a casa" della professoressa Merkel. Ma non basta un buon discorso in Parlamento a garantire che il premier avrà miglior successo rispetto a Mario Monti, anche perché l’operazione avverrà in tre tempi: il Consiglio europeo di ieri, quello di fine giugno, le elezioni tedesche del 22 settembre. Nel frattempo sarà fondamentale, tra una settimana, il via libera della Ue all’uscita dell’Italia dalla procedura di deficit eccessivo: il nostro Paese ha tenuto il disavanzo sotto al tre per cento, a costo di duri sacrifici che ora vanno gettati sul piatto della bilancia. Così come vanno fatti pesare i numeri: con l’ultimo budget comunitario 2014-2020, firmato da Monti, l’Italia verserà all’Europa 3,8 miliardi più di quanti ne riceverà indietro. Un contributo netto dello 0,38 per cento del Pil, superiore a tutti gli altri partner. A questa bolletta vanno aggiunti 5,7 miliardi l’anno di quota del fondo salva-stati; 14,25 di prestiti bilaterali a Grecia, Irlanda e Portogallo; altri 6 miliardi di "garanzie stabili"; 1,35 miliardi del capitale Bce. Totale, 30 miliardi l’anno di esborsi. Naturalmente non siamo gli unici contributori netti. Gli altri però si tutelano per altre vie. Londra, con Margaret Thatcher, ottenne il "rebate", il diritto a riavere indietro i soldi non spesi. La Germania finanzia da anni il proprio debito con i tassi rasoterra dei Bund decennali, anche grazie all’allarme sui nostri Btp e sugli altri titoli periferici. La Francia ha avuto due anni in più per rientrare sotto il tre per cento, e così la Spagna. Nonostante che Francois Hollande non abbia in ancora fatto nessuna manovra di finanza pubblica. A Bruxelles Letta ha chiesto meno chiacchiere generiche e più fatti concreti. Probabilmente il premier si è ripassato i verbali del consiglio europeo del giugno 2012, quando Angela Merkel confezionò in quattro e quattr’otto un "patto per la crescita" privo di qualsiasi contenuto. Al punto che perfino Monti dovette mettere il veto, finché non venne approvato il famoso scudo anti-spread, che poté funzionare solo dopo che Mario Draghi riuscì a spuntarla sui falchi tedeschi. Ma perché Letta dovrebbe riuscire dove Monti ha sostanzialmente fallito? I motivi sono principalmente due, uno interno all'Europa e anche alla Germania, l’altro mondiale. L’eurozona è afflitta da una stagnazione-recessione che blocca il Pil a meno uno per cento, mentre la disoccupazione aumenta al 12,1. Il risultato è una crescita ovunque di movimenti entieuropei che vanno dall’Ukpl di Nigel Farage in Inghilterra, accreditato del 25 per cento, ad Alternative für Deutschland che con il 17 per cento è la prima preoccupazione della Merkel. Quanto al mondo, a svelare in modo definitivo che il re è nudo è stato il Giappone, dove il governo conservatore di Shinzo Abe ha lanciato investimenti pubblici per 100 miliardi di euro mentre la Bank of Japan (che dipende dal governo) ha stampato yen per altri 1.400 miliardi. Risultato, un’economia stagnante da vent’anni ha preso a correre al ritmo del 3,5 per cento. Ma prima del Giappone erano stati gli Usa, l’Inghilterra la Cina ad agire in senso antirigorista. Al punto che ora molti prevedono che la Fed americana inizierà a tirare i freni, il che potrebbe di nuovo complicare la vita ai Btp. Dunque Letta deve capitalizzare subito. In palio nell’immediato sono oltre 30 miliardi di fondi europei sbloccati con l’uscita dalla procedura di deficit. Ma è sui tempi medi che il premier dovrà giocare la partita, ben oltre le misure tampone: le tasse vanno ridotte, i debiti alle imprese rimborsati, gli investimenti riattivati. E siccome l’Italia non può stampare moneta e dal 2015 dovrà ridurre il debito sul Pil, delle due l’una: o si cresce davvero o si disboscano le uscite, operazione compatibile con 800 miliardi annui di spesa pubblica. Meglio se tutte e due le cose. I critici di destra e sinistra obiettano che questa non è una classica strategia per i tempi lunghi: "Ma" diceva Keynes "sui tempi lunghi saremo tutti morti".

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