Politica

Le mine nascoste dei democratici

di Francesco Damato Alle prese con un turno di elezioni amministrative che potrebbe rivelarsi un brutto esordio per la sua già temporanea segreteria, Guglielmo Epifani è inciampato ieri due volte....

Alle prese con un turno di elezioni amministrative che potrebbe rivelarsi un brutto esordio per la sua già temporanea segreteria, Guglielmo Epifani è inciampato ieri due volte. Una fisicamente, sul palco avellinese dove era salito, e l'altra politicamente, nelle parole di un comizio che gli ha preso un po' troppo la mano, o la lingua. A sentire lui, il governo di Enrico Letta andrebbe protetto da «mine» e «attentati» di Silvio Berlusconi, troppo soddisfatto del congelamento dell'Imu sulla prima casa, sino a scambiarlo per una soppressione della quale evidentemente il Pd non è ancora convinto. E troppo preso, sempre il Cavaliere, dai suoi problemi giudiziari. Che potrebbero evidentemente indurlo, nonostante le smentite opposte proprio ieri dal vice presidente del Consiglio e segretario del Pdl Angelino Alfano, ed anche dal capogruppo al Senato Renato Schifani, a scaricarne gli effetti sulla maggioranza: per esempio, reclamando priorità sul versante della giustizia estranee agli accordi di governo. Ma, più che dalle presunte «mine» berlusconiane, Enrico Letta deve guardarsi a Palazzo Chigi dal proprio partito, dove la corsa congressuale alla segreteria, quella vera e non balneare di Epifani, s'intreccia sempre più visibilmente con un'altra scalata alla presidenza del Consiglio. È quella di Matteo Renzi. Che, sponsorizzato formalmente ieri anche da Walter Veltroni, è disposto a sostituire il suo «amico Enrico», dopo un passaggio elettorale per forza di cose anticipato, data la precarietà della situazione. Cui contribuiscono i persistenti mal di pancia, a dir poco, nel Pd per una collaborazione di governo con il Pdl imposta, insieme, dalla crisi economica, dai risultati inconcludenti delle elezioni politiche di fine febbraio, dall'inutile ma ancora rimpianto corteggiamento di Pier Luigi Bersani a Beppe Grillo, che sembra voglia fare ora concorrenza pure al Papa, e dalla responsabile vigilanza del capo dello Stato Giorgio Napolitano. Anche senza il gradimento, diciamo, di certi magistrati di scuola ingroiana.

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