Politica

Pd, la fine scritta alla nascita

di Gennaro Malgieri...

di Gennaro Malgieri Dal punto di vista teorico Walter Veltroni ha perfettamente ragione nel sostenere che il Pd non può essere la risultante della somma di ex-dc ed ex-pci. «Sento dire - ha affermato in un'intervista al Corriere della sera - che, siccome c'è Letta presidente del Consiglio, bisogna che il nuovo segretario sia espressione della sinistra sociale. Ma in questa argomentazione c'è l'annientamento del Pd». Ineccepibile diagnosi. Tuttavia inutile, dal momento che alla logica delle appartenenze non si sfugge ed è questa la causa del declino del soggetto nato con l'ambizione di rinnovare la politica italiana e dare nuovo impulso al bipolarismo. Il vizio d'origine della crisi del Pd è nella mancata coesione tra le culture e le esperienze che l'hanno promosso. Una "fusione a freddo", si disse all'epoca. Dopo sei anni gli effetti di quell'esperimento si fanno sentire riflettendosi sul quadro politico generale. I post-democristiani e i post-comunisti, insomma, sono rimasti quelli che erano. Hanno semplicemente unito le loro debolezze riproducendo all'interno dello stesso contenitore i "blocchi sociali" di cui sono rimasti espressioni con tutte le conseguenze, a cominciare dalle guerricciole di potere fino all'esplosione di autentici conflitti che si combattono sul terreno delle istituzioni devastandole, come è accaduto in occasione dell'elezione del presidente della Repubblica. Per questo motivo il Pd incarna il peggio della politica tardo-novecentesca ed è incapace di guardare alle trasformazioni che si manifestano all'interno della "società liquida" nella quale le cristallizzazioni non sono ammesse a meno di non votarsi all'impotenza. È questa una visione che il Pd non è mai riuscito a metabolizzare poiché nel suo fragile grembo si sono insediate nomenklature refrattarie a riconoscere nelle contraddittorie e complesse dinamiche del nostro tempo le richieste di una società che non può essere interpretata con gli strumenti del secolo scorso quando, effettivamente, i "blocchi sociali" esprimevano istanze asimmetriche e contrastanti ed i partiti politici erano chiamati a rappresentarli per come esigevano, pena la condanna all'insuccesso elettorale. La cosiddetta "conventio ad excludendum" che ha segnato quasi interamente il dopoguerra fino agli anni Novanta del secolo passato, ha dimostrato come due forze potessero perfino collaborare a tenere unito il Paese, ma non erano autorizzate a riconoscersi apertamente in quanto portatrici di istanze diverse, non soltanto sul piano ideale e nei riferimenti internazionali, ma soprattutto su quello degli interessi che le tenevano in vita e, in un certo senso, le legittimavano. Cadute le barriere, istauratosi un "nuovo ordine" mondiale, nella politica italiana - e soprattutto nei due partiti maggiori, la Dc ed il Pci - ha fatto irruzione la logica del "compromesso". Ma fino a quando esso era funzionale alla governabilità fondata appunto sulla composizione delle distinzioni in un quadro di perenne (e stagnante) mediazione - politica, sindacale, industriale e della gestione dello stesso patrimonio dello Stato - si poteva anche accettare che ognuno svolgesse ruoli diversi purché non perniciosamente conflittuali. In seguito, le forze legate alle pratiche novecentesche, ridimensionate politicamente dall'elettorato, dimostrando una imbarazzante incapacità di destrutturarsi e per ricomporsi, hanno immaginato di salvarsi mettendosi insieme "a prescindere", privandosi cioè di un pensiero unificante, di una cultura che ne legittimasse l'unione. Infatti, hanno rinunciato a cedere ragionevoli quote di sovranità in vista della costruzione di una nuova identità che facesse giustizia del passato e preparasse un futuro nel quale si potesse riconoscere chi non aveva appartenuto a nessuna delle due "chiese". Presto si è scoperto che chi come democristiano guardava a sinistra ha finito per trovarsi in imbarazzo con una sinistra che tale era rimasta; all'incontrario i riformisti post-comunisti hanno provato un analogo sentimento accanto a cattolici democratici contrari a mutare, fosse pure di una virgola, gli assetti istituzionali ritenendosi depositari di un "patriottismo costituzionale" che oltretutto mal si attaglia alla loro stessa storia. Un paradosso che ha annullato di fatto la "novità" della "fusione". Così il Pd si è organizzato come una sorta di "azienda" senza superare l'handicap dell'ex che ognuno dei soci si è portato appresso fino ad oggi. Nel suo inizio era scritta la fine, si potrebbe dire.

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