di Francesco Perfetti Con il discorso programmatico con il quale Enrico Letta ha presentato ieri alla Camera dei deputati il suo governo sembra, ormai, archiviata la lunga stagione di una vera e propria "guerra civile fredda" il cui peso insostenibile ha gravato, per decenni, sulle spalle degli italiani esasperando le contrapposizioni e fomentando il rifiuto della politica e dei politici. Il nuovo presidente del Consiglio ha rivendicato con orgoglio la definizione di "temporaneo governo di servizio al paese tra forze eterogenee", ha ribadito l'idea guida della centralità del Parlamento e ha richiamato l'attenzione sulla necessità che l'azione governativa si fondi sui "principi più alti di coesione nazionale". Un discorso ottimo, largamente applaudito, per certi versi addirittura rivoluzionario, che rivela l'ambizione del giovane presidente del Consiglio di voler guidare non già un governo a termine che rappresenti "il canto del cigno di un sistema politico imploso" ma piuttosto un governo che sia l'inizio di una "fase nuova" della storia della Repubblica fondata sul recupero dell'autorevolezza del potere e della devozione ai doveri e alle istituzioni oltre che sulla sobrietà e sulla onestà dei comportamenti. Un discorso, insomma, sviluppato all'insegna del realismo e che vuole contrapporre le "politiche" alla "politica", la concretezza alla ideologia. Naturalmente, fra le buone intenzioni e il raggiungimento degli obiettivi c'è, di mezzo, un mare tempestoso e pieno di scogli. Ma, almeno dalle dichiarazioni di Letta, emerge l'intenzione di tenere ferma la barra del timone per rendere sicura la navigazione. Certo è che il presidente del Consiglio ha dato l'impressione di non volersi affatto limitare all'adozione di provvedimenti economici, pur importanti, come lo stop del versamento dell'Imu sulla prima casa, ovvero di valore fortemente simbolico, come l'abolizione della indennità per i ministri parlamentari. Ha, invece, saputo inserire taluni temi delicati e sentiti dal paese - dalla lotta alla corruzione al recupero della certezza del diritto, dalla riduzione dei costi della politica alla eliminazione della ipertrofia burocratica - in un ben più ampio disegno di completa ridefinizione dell'architettura istituzionale dello Stato. Sotto questo profilo, particolarmente significativa è l'ultima parte del discorso del nuovo presidente del Consiglio, quella dedicata alla riforma radicale del sistema costituzionale e politico, intesa come cornice irrinunciabile di una vera "democrazia governante", efficiente e moderna. L'abolizione delle province e il superamento del bicameralismo, per esempio, (e, per certi versi, anche l'adozione di una nuova legge elettorale) sono ipotizzabili soltanto all'interno di un disegno globale e organico che interessi la forma di governo e la strutturazione complessiva dello Stato. La strada indicata da Letta è quella di una Convenzione, aperta anche a esperti non parlamentari, che porti a risultati concreti e sottoponibili alla verifica del Parlamento in un arco di tempo relativamente contenuto, un anno e mezzo, oltre il quale e in mancanza di soluzioni, il presidente del Consiglio potrebbe "trarre le conseguenze", cioè dimettersi. In questa forte presa di posizione c'è il proposito di considerare questo "governo di servizio al paese" come un vero e proprio "governo costituente". Gli ostacoli che si frappongono su questa strada sono moltissimi. Della necessità delle riforme istituzionali si cominciò a parlare molti decenni or sono. Molte voci autorevoli, da Giuseppe Maranini a Panfilo Gentile, per ricordare soltanto due nomi espressione del mondo dell'accademia e del giornalismo, si levarono già nei lontanissimi anni sessanta. Tuttavia, soltanto a partire dagli anni ottanta (da quando, cioè, venne istituita una prima commissione bicamerale guidata da Aldo Bozzi) il dibattito abbandonò le aule universitarie e le pagine dei libri e dei giornali per approdare nei luoghi deputati della politica. Ma invano. Anche le due successive commissioni bilaterali - quella della prima metà degli anni novanta presieduta da Ciriaco De Mita e quella della seconda metà dello stesso decennio guidata da Massimo D'Alema - non portarono a nulla. L'unica revisione della Costituzione, quella del 2001 sul Titolo V relativa al decentramento dei poteri, fu nefasta perché dettata non già da "spirito costituente" ma da interessi di bottega politica. Oggi le cose potrebbero andare diversamente, perché, a monte del progetto di Convenzione, c'è la consapevolezza della necessità di quella "autocritica degli errori della politica" cui Letta ha fatto esplicito riferimento. È una speranza, non una certezza. Ma di speranze si deve pur vivere.
La rivoluzione del premier
di Francesco Perfetti...