Politica

Cav pronto a incassare il trionfo elettorale

di Francesco Damato A Pier Luigi Bersani debbono piacere i congelati, non si capisce ancora se come consumatore o produttore. Sono finite infatti nel congelatore prima la candidatura dello stesso...

A Pier Luigi Bersani debbono piacere i congelati, non si capisce ancora se come consumatore o produttore. Sono finite infatti nel congelatore prima la candidatura dello stesso Bersani alla guida del governo e poi quella di Franco Marini al Quirinale, entrambe volute e gestite da lui. L’incarico, anzi pre-incarico, di governo fu congelato il 28 marzo scorso dal segretario Pd col clamoroso e ufficiale rifiuto di rinunciarvi, a dispetto dell’«esito non risolutivo» certificato in un lungo rapporto verbale a Napolitano. Che in mancanza di quella rinuncia, derivante dalla pretesa di continuare a cercare improbabili aiuti e aiutini dei grillini per una fiducia di cui mancavano e mancano i numeri al cosiddetto centrosinistra, in maggioranza autosufficiente solo alla Camera, non fu in grado di conferire un altro incarico. Come il buon Napolitano avrebbe invece voluto fare pensando a un governo cosiddetto «di scopo», con pochi e urgenti punti di programma, fra i quali la riforma elettorale, basato su una ragionevole tregua di emergenza fra il Pd e il Pdl. Rifiutata sul piano del governo per una lamentata incompatibilità col partito dell’odiato Berlusconi, ma anche per il peso determinante assegnato nell’alleanza elettorale di centrosinistra al pur esiguo movimento di Vendola, il segretario del Pd ha mostrato, non si sa con quanta convinzione, di condividere e volere assecondare la logica delle larghe intese nell’elezione del nuovo capo dello Stato. Che, obbligata per la naturale scadenza del mandato di Napolitano, ha avuto la precedenza sulla crisi governativa. Ma, benedett'uomo, dopo consultazioni non meno lunghe e tortuose di quelle condotte per la corsa a Palazzo Chigi, egli ha lanciato sulla pista del Quirinale il candidato - Franco Marini, appunto - che si è rivelato per niente adatto alle ampie convergenze conclamate. E imposte peraltro dalla maggioranza dei due terzi dei «grandi elettori» necessaria nelle prime tre votazioni. Marini tuttavia si è visto forare le gomme sulla strada del Colle non certo dal Pdl e dalla pur dubbiosa Lega, convinta dal Cavaliere a schierarsi subito a favore del candidato proposto da Bersani, ma dal suo stesso partito. Che si è letteralmente spaccato su di lui prima nella votazione interna ai gruppi parlamentari, l’altra sera, e poi, ieri, nell’aula di Montecitorio. Dove a causa solo della dissidenza, o rivolta, del suo partito gli sono mancati nel primo e unico scrutinio sulla sua candidatura 157 voti rispetto al «quorum» dei due terzi e più di 250 rispetto al serbatoio di cui avrebbe dovuto disporre sulla carta. Si sono intrecciate nel Pd contro Marini, che pure nel 2007 aveva contribuito alla sua fondazione dopo avere partecipato allo scioglimento, in ordine di tempo, del Ppi-ex Dc e della Margherita guidata da Rutelli, diffidenze e ostilità di varia natura, politica e forse anche personale, estese dalla «destra» di Renzi alla sinistra di Fassina. Diffidenze e ostilità evidentemente e imperdonabilmente sottovalutate come segretario del partito da Bersani. Il quale ha reagito a suo modo, non dimettendosi ma congelando i voti del Pd nel secondo appuntamento di ieri e nel primo di oggi nell’aula di Montecitorio col ricorso alle schede bianche. E promettendo, con un ottimismo quasi da avanspettacolo, altre più o meno meravigliose sorprese dalla quarta votazione, quando basteranno 504 voti, anziché 672, per eleggere il capo dello Stato. È un traguardo, quello dei 504 voti, che Marini potrebbe anche pensare di raggiungere, avendone raccolti 521 nel primo scrutinio di ieri. Ma Bersani non sembra neppure tentato di lasciarglielo a disposizione, preferendo cercare una nuova candidatura, nella speranza un po’ di ridurre le tensioni nel Pd e un po’, ma forse ancor più, di riprendere i rapporti interrotti con l’alleato Vendola e alleggerire quelli aggravatisi coi grillini a causa dell’operazione Marini. A Vendola, si sa, basterebbe e avanzerebbe la candidatura di Prodi, da lui già lanciata nelle primarie dello scorso autunno e considerata non a torto funzionale, di fronte ai risultati elettorali di fine febbraio, al progetto bersaniano, congelato, di un governo minoritario praticamente chiuso a una o due mandate a Berlusconi. Ai grillini basterebbe e avanzerebbe naturalmente l’adesione alla loro candidatura, già sperimentata nelle due votazioni di ieri e votata da alcuni dissidenti del Pd, di Stefano Rodotà, primo presidente del Pds-ex Pci. Di fronte a simili scenari il Cavaliere avrebbe tutto il diritto di chiedere conto a Bersani della buona fede carpitagli politicamente con una candidatura costruita nel Pd semplicemente e rovinosamente sulla sabbia. Ma potrebbe anche accontentarsi del dividendo elettorale che potrebbe ricavarne, forse anche a breve scadenza, visto il tunnel imboccato a fari spenti dai suoi avversari.

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