Politica

La crisi della rappresentanza

di Paolo Simoncelli...

di Paolo Simoncelli C’è una questione oggi sotto gli occhi di tutti (e quindi disattesa), che anche solo per enunciarla richiede più onestà intellettuale che spregiudicatezza politica: la democrazia (e la sua storia) coincide con la rappresentanza parlamentare (e la sua storia)? Un interrogativo che ne comporta un altro: la rappresentanza parlamentare è l’unica forma di rappresentanza politica? Il Contratto sociale di Rousseau, edito nel 1762, ha determinato la nascita di un nuovo sovrano: la volontà della comunità, "volontà generale" che garantisce la libertà degli associati tramite l’uguaglianza e ha caratteri di assolutezza, indivisibilità e inalienabilità. È una tappa fondamentale nella critica alla rappresentanza parlamentare (allora presente solo nel sistema politico-giuridico britannico, non in quelli continentali) che, mediante la dialettica tra gruppi di interessi economici o ideologici, determina una "volontà parziale" (tale è anche la maggioranza di un consesso): inaccettabile diaframma tra la totalità dei cittadini e l’espressione della "volontà generale". Esclusa teoreticamente la "rappresentanza", l’interprete della volontà generale si è sostanziato nel giro di pochi decenni di storia: di fronte a spinte antiparlamentari presenti e operanti negli anni drammatici della Rivoluzione francese, la sintesi necessaria tra sovranità popolare diretta e rappresentanza viene assunta dal partito come unico interprete della volontà generale, a sua volta espressione del popolo virtuoso cui non si può quindi opporre dissenso (da cui la nascita del concetto di "nemico del popolo" e dell’apparato repressivo). Nel volgere appena di pochi anni, quella stessa necessità di sintesi sarebbe stata incarnata non più dal partito, ma dal condottiero nazionale, capace di godere di un consenso straordinario e interclassista, che "unisce" la Nazione, che si fa interprete dei sentimenti oltre che dei bisogni del popolo; e che quindi determina un’evoluzione politico-giuridica del concetto di rappresentanza: non più mediante partiti, ma attraverso liste di fiducia. È con la sconfitta della Francia napoleonica a Waterloo che si diffonde nell’Europa continentale il modello britannico di rappresentanza (Camera dei Lords, Camera dei Pari, Senato del Regno di nomina regia, e Camera dei rappresentanti elettiva a suffragio censitario). Una struttura liberal-parlamentare che innerva la vita dello Stato nazionale. Ma il modello non regge di fronte alle traumatiche esperienze di massa del primo ’900 che sono causa, non effetto, del superamento del sistema parlamentare (ormai incapace di rappresentanza) e del ritorno all’interprete d’emergenza della volontà generale: partito unico e/o condottiero nazionale. I recenti, nuovi traumi sociali (non ancora sanguinari), il superamento storico dello Stato nazionale dissolto nelle organizzazioni internazionali ad alto tasso di tecnicità, burocratismo e glacialità culturale (Francoforte al posto di Atene), e la conseguente plateale dissoluzione in cui è stato storicamente coinvolto il sistema della rappresentanza, ne suggeriscono oggi forme diverse? Ad esempio un nuovo genere di democrazia diretta (suffragio popolare della massima carica istituzionale con maggiori poteri e più breve termine di mandato)? Non nascondiamoci sotto l’ingessatura culturale del politically correct. La crisi della rappresentanza c’è; è anche la crisi della democrazia?

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