Politica

Renzi è già in campagna elettorale

Il sindaco rilancia la sfida a Bersani sul finanziamento pubblico ai partiti E attacca: «Stiamo perdendo tempo mentre il mondo ci chiede di correre»

L’assalto è partito. E non poteva essere altrimenti vista l’insistenza con cui Pier Luigi Bersani continua a difendere la propria linea. Rifiutando qualsiasi forma di dialogo con il Pdl alla ricerca disperata di un «gesto d’affetto» del MoVimento 5 Stelle. Troppo per Matteo Renzi. Soprattutto perché è già passato un mese dalle elezioni e, finora, il segretario del Pd ha incassato solo insuccessi. Così il sindaco di Firenze ha deciso di abbandonare il ruolo di spettatore interessato per recitare quello di attore. E lo ha fatto a modo suo. Prima ha pubblicato l’elenco dei finanziatori della sua Fondazione Big Bang. Una promessa fatta fatta durante la campagna delle primarie ma anche un’occasione per sollevare una maliziosa domanda: e gli altri? Quindi, ieri mattina, ha schierato uno dei suoi fedelissimi, il neodeputato Matteo Richetti, che intervistato da Repubblica ha lanciato un messaggio chiaro al segretario: «Il Pd deve correggere la rotta. Ciò su cui si dovrebbe puntare è un’intesa di scopo». E su Grillo ha aggiunto: «C’è un limite a tendere la mano a chi un giorno, e l’altro pure, definisce noi democratici i puttanieri della politica». Preparato il terreno è sceso in campo in prima persona. Intervenendo a Firenze ad un convegno per i 120 anni della Camera del lavoro, Renzi non si è risparmiato qualche commento sull’attualità. «Stiamo vivendo una situazione politico-istituzionale in cui stiamo perdendo tempo - ha esordito -, e questo mentre il mondo ci chiede di chiedere di correre a velocità doppia». «Le imprese sono sull’orlo della fine, il tempo è scaduto - ha proseguito -. Ormai bisogna prendere atto che la clessidra è agli sgoccioli. Serve credibilità politico istituzionale, e risposte sui temi del lavoro, o rischiamo di perdere la strada per tornare a casa». «Il tempo è scaduto, come avrebbe detto Mike Bongiorno - ha ironizzato -: così passo da Bongiorno a Maria De Filippi, i miei riferimenti culturali». Il colpo finale è arrivato da Palazzo Madama dove una decina di senatori renziani hanno firmato e depositato una proposta di legge per abrogare il rimborso elettorale ai partiti. Iniziativa che si distingue dalla posizione di Bersani che, pur disponibile a studiare dei tagli, ha sempre difeso una «qualche forma» di sostegno pubblico alla politica per evitare che questa diventi appannaggio esclusivo di ricchi oligarchi. Il sindaco di Firenze si è sempre opposto a questa idea convinto che il terreno dei costi della politica sia quello su cui il Pd può lanciare la sfida a Grillo e recuperare consensi. Ma un conto sono le parole, un altro i fatti. E quanto accaduto al Senato somiglia tanto ad una «dichiarazione di guerra». Anche perché è il primo modo con cui la pattuglia renziana eletta in Parlamento si distingue dal resto degli eletti Pd. Non certo un caso. Renzi sa che i «suoi» voti saranno decisivi per eleggere il nuovo Capo dello Stato e quindi indirizzare la legislatura in un senso (governo di scopo con il Pdl e Scelta Civica) o in un altro (tentativo disperato di Bersani di far nascere un governo di minoranza sostenuto dai grillini). Il «rottamatore» vuole un nome che favorisca la più ampia convergenza. Per questo è pronto a bloccare candidature di rottura come quella di Gustavo Zagrebelsky. Insomma il messaggio è chiaro: io ci sono, e farò sentire tutto il mio peso.

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