Politica

Due corse al buio

di Francesco...

di Francesco Damato Nei quattordici giorni che mancano al 18 aprile, quando la presidente della Camera Laura Boldrini ha deciso che cominceranno le votazioni parlamentari per l’elezione del successore di Giorgio Napolitano, ben difficilmente si supererà lo stallo per la formazione del nuovo governo. Su quell’esile fiamma lasciata accesa dal capo dello Stato ricorrendo ai due gruppi ristretti di esperti per l’elaborazione di proposte programmatiche in una prospettiva di larghe convergenze i due maggiori partiti stanno purtroppo soffiando per spegnerla, sino a non riconoscersi negli esponenti scelti per rappresentarli, e non solo per le loro oggettive competenze. Pertanto al buio in cui si è svolta sinora la corsa a Palazzo Chigi si sta aggiungendo il buio della corsa al Quirinale. Un buio fitto, a dispetto della disponibilità annunciata solo a parole dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani a cercare intese, questa volta anche con il partito di Silvio Berlusconi, per la successione alla presidenza della Repubblica, vista la maggioranza di due terzi del Parlamento e dei delegati regionali richiesta dall'articolo 83 della Costituzione nelle prime tre votazioni. In realtà, Bersani e gran parte dei suoi vorrebbero lasciare al Cavaliere solo la possibilità di scegliere quale dei candidati del Pd e dintorni votare, fra quelli di cui si sono lasciati circolare già i nomi. Anche se non sono arrivati, bontà loro, a dirlo esplicitamente, lasciandolo solo capire, da quelle parti ritengono che Berlusconi possa o debba gradire un personaggio ormai consolare del Pd come l’ex presidente del Senato Franco Marini, di provenienza democristiana. Che, se accettato anche dal partito del Cavaliere, potrebbe magari riuscire a strappare nel proprio partito l’appoggio oggi non scontato di quanti gli preferirebbero l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. Il carattere ambiguo e strumentale, per non dire peggio, delle aperture di Bersani a Berlusconi per un candidato di comune gradimento per il dopo-Napolitano è dimostrato dal fatto che nel Pd si coltiva e si esprime a voce più o meno alta la speranza di poter fare da soli dalla quarta votazione in poi, eleggendo Prodi con la maggioranza assoluta dei voti. Alla quale sulla carta ne mancherebbero pochi alla coalizione di cosiddetto centrosinistra, visto il 55 per cento dei seggi della Camera che la coalizione di Bersani e Nichi Vendola ha potuto conquistare con meno di un terzo dei suffragi popolari grazie a quella porcata di legge elettorale del 2005 varata e continuamente rinfacciata al centrodestra, ma tenutasi poi ben stretta dalla sinistra per i vantaggi che anch’essa poteva ricavarne. E ne ha ricavato. I sostenitori della candidatura di Prodi ritengono che i voti mancanti alla soglia della maggioranza assoluta dei "grandi elettori" del presidente della Repubblica possano essere cercati e trovati tra i grillini, secondo lo schema già sperimentato con l’elezione di Piero Grasso a presidente del Senato e che Bersani si proponeva di ripetere a sostegno del proprio progetto di governo, sino a quando questa strada avventurosa non gli è stata sbarrata dal capo dello Stato con la certificazione del risultato "non risolutivo" del pre-incarico affidatogli il 22 marzo. Nel Pd insomma si continua a puntare sul movimento del comico genovese, anche per la corsa al Quirinale, appesi a questo o quel segnale di disponibilità o di cedimento colto tra un insulto e l’altro, tra una provocazione e uno sberleffo. La partita del Quirinale è tuttavia un po’ più complessa di quanto forse pensino nel giro più o meno ristretto di Bersani. Le votazioni presidenziali nel Parlamento in seduta congiunta si svolgono obbligatoriamente a scrutinio segreto. E nelle precedenti edizioni della corsa al Colle più alto di Roma è risultato spesso decisivo il ruolo dei "franchi tiratori", come vengono definiti i parlamentari che votano diversamente dalle indicazioni dei loro gruppi e partiti. E che, irriducibili, alla fine costringono gli strateghi più o meno improvvisati delle loro formazioni politiche a ripiegare su soluzioni ben diverse da quelle desiderate. Anche le armi di Bersani e compagni potrebbero pertanto finire per rivelarsi scariche.

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