Politica

Il decemvirato dell’antica Roma

di Massimiliano Lenzi...

di Massimiliano Lenzi Dieci uomini ovvero i decemviri. Chissà se il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, prima di nominare i suoi dieci saggi (se lo saranno lo vedremo presto), ha ripreso in mano il vecchio Tito Livio e la sua storia dell'Antica Roma: "Tum abiecta lege quae promulgata consenuerat.."; allora, messa da parte la legge che era invecchiata... Sì, perché avanti Cristo, nella Roma della metà del 400, l'incipit della storia dei dieci viri fu più o meno questo. Secondo Livio, ma pure secondo Polibio e altri storici, il compito del decemvirato doveva essere quello di porre in atto una riforma costituzionale, superando e distruggendo il dualismo tra patrizi e plebei. Quasi parificandoli. Il fatto è che il tentativo fallì. Per raggiungere un avvicinamento tra patrizi e plebei, infatti, sarebbe stato necessario stabilire nuovi princìpi comuni, accettati da entrambi e condivisi. Il decemvirato cadde in breve tempo, restando una soluzione abortita nella storia romana. Le funzioni che si era dato, redigere e pubblicare un corpus di leggi, stabilizzare, dare maggiore certezza al diritto, non vennero centrate e mantenute. Ma perché nacque il decemvirato? Nacque dalle rivendicazioni plebee nei vari campi. Sociale, per l'acquisizione di uno status analogo a quello dei patrizi. Politico, per la partecipazione alla vita cittadina in condizioni di parità con i patrizi. Economico, per la rimozione dei privilegi economici dei patrizi, attraverso una distribuzione equa delle terre pubbliche. Oggi, in pieno XXI secolo, nell'Italia della crisi della politica, percepita come casta, si possono intravedere analogie tra il presente che viviamo e quella storia lontana? E perché l'idea di dieci saggi dovrebbe segnare il viatico di un cambiamento che la classe dirigente, le élite del nostro Paese non sono state in grado di realizzare per decenni, considerando che gli stessi dieci saggi a quelle classi dirigenti appartengono? Questi interrogativi sono l'inizio del nostro viaggio a ritroso nella storia. Di patrizi e plebei oggi non vi è traccia. Vivaddio. Nel declino della rappresentanza parlamentare e dei partiti, però, con una Costituzione vecchia rispetto allo spirito dei tempi (seppur ancora valida nei suoi principi generali), da troppo tempo aleggia in Italia una nuova categoria: la casta. Scaturita dalla frattura tra rappresentanti e rappresentati e concimata dal declino della classe dirigente, questa parola è diventata nell'immaginario degli italiani, di una maggioranza di loro - anche grazie alle mancare riforme, a libri fortunati come La Casta di Stella & Rizzo ed al Movimento di Grillo coi suoi vaffanculo universali al Potere - il simulacro del privilegio da buttar giù, il sinonimo di ciò che costa inutilmente e che succhia le energie del Paese. La crisi economica degli ultimi anni ha aggravato questa percezione e poco importa che sia ingigantita rispetto alla realtà dei costi perché è il forte sentimento anticasta degli italiani ad essere reale. E quindi a renderla concreta. Ecco allora che quella frattura dell'Antica Roma tra patrizi e plebei si reincarna oggi nella separazione tra casta e cittadini, con in più l'aggravante della paralisi politica uscita dalle ultime elezioni nazionali (grazie anche ad una pessima legge elettorale come il Porcellum). Diversi i tempi, diverso il contesto ma verosimili alcuni stati d'animo. Ecco perché i decemviri, per saggezza, scelti ed indicati da Napolitano dopo il fallimento di Bersani e prima di tornare al voto, non inducono all'ottimismo. Sarà che la prima volta - tanto tempo fa - andò a finire male, sarà che essi stessi sono parte della classe dirigente (quindi della casta) ma come dal loro lavoro si debba e si possa rigenerare la crisi politica della Nazione appare difficile capirlo. Speriamo di sbagliare, ne guadagnerebbero sicuramente l'Italia e gli italiani. Ed anche la classe dirigente, recuperando credito e credibilità. Nell'attesa, il memento (attribuito a Cicerone) sugli insegnamenti del passato non ci è certo di conforto: "Historia magistra vitae", la storia è maestra di vita. Facciamo la corna.

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