Economisti prodigiosi nel salto carpiato. Non si può dire altrimenti delle teste pensanti di una delle agenzie di rating più agguerite nel fornire pagelle ai debiti degli Stati, delle società, degli enti locali e delle banche. Per oltre due anni hanno utilizzato lo spread, parola fino a qualche anno fa solo per gli addetti ai lavori e ormai di uso comune, per accusare governi e manager di fare poco contro la deriva dei conti pubblici e societari. Hanno sobillato le piazze mediatiche al punto da far dimettere un governo in carica, democraticamente eletto. Hanno distorto i meccanismi elettivi spingendo le istituzioni ad accettare un governo tecnico. Oggi dopo il disastro con la leggerezza e il candore di un’educanda hanno cambiato idea. E tra le macerie di sistemi economici piegati dai loro voti hanno spiegato in un rapporto che è possibile fare buoni guadagni anche con la crisi dei Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna): l’importante è non dar troppo retta agli spread. No, non è un errore di battitura ma è la conclusione sconcertante che emerge da una simulazione dell’agenzia di rating, che sgombra in un certo senso il campo dal mito del differenziale come termometro delle economie. Infatti l'agenzia sottolinea come il differenziale abbia acquistato una grande popolarità fra gli investitori grazie alla capacità di riflettere in maniera tempestiva la «sensibilità del mercato». Ma una analisi condotta da Fitch evidenzia come proprio queste due caratteristiche si trasformino in limiti concreti nel caso di valutazione dei rischi per gli investimenti di lungo termine. La simulazione condotta dall'agenzia di rating prevedeva un portafoglio di titoli di Stato costruito in base alla percentuale di debito a novembre 2009 di questo gruppo di paesi: quindi titoli italiani per il 61%, spagnoli per il 20%, greci per il 10%, portoghesi per il 5% e irlandesi per il 4%. Lo studio ha ipotizzato tre diversi comportamenti: il primo contemplava l'uscita da una posizione-paese e il reinvestimento in Bund tedeschi in caso di superamento dei 500 punti di spread rispetto ai bund tedeschi, il secondo in caso di calo del rating al di sotto della soglia di investimento, il terzo il mantenimento senza interventi.I risultati sono piuttosto sorprendenti, in quanto nel primo caso (vendita su spread over 500), alla fine del periodo esaminato l'investimento si sarebbe concluso con una perdita del 12,2 %. La seconda ipotesi (abbandono su declassamento) invece avrebbe portato nei tre anni a un guadagno finale del 4,5% sull'investimento: in questo caso proprio grazie alla performance dei Btp (+11,9%) che avrebbe ampiamente compensato le perdite sui titoli greci (-22,7%) e portoghesi (-35,5%). Ma la vera sorpresa arriva dal terzo caso (semplice mantenimento dei titoli) che - nonostante il devastante taglio sui bond di Atene - avrebbe comunque permesso un guadagno, sebbene solo del 2,3%. Anche in questo caso, grazie alla resilienza e alla redditività dei titoli italiani. Risultato: forse agli investitori serve il solo buonenso piuttosto che Fitch.
Fitch cambia idea: lo spread non è più il termometro dell’economia
Economisti prodigiosi nel salto carpiato. Non si può dire altrimenti delle teste pensanti di una delle agenzie di rating più agguerite nel fornire pagelle ai debiti degli Stati, delle società, degli...
