A un passo dal burrone. È passata un’altra giornata e le trattative tra Pd e Pdl non sono approdate a nulla. I tempi per arrivare a un accordo sono ormai strettissimi, a Pier Luigi Bersani è rimasto ancora solo oggi per accettare la richiesta di Silvio Berlusconi di avere un moderato gradito al centrodestra al Quirinale. E a smuovere l’ex premier non è servita neppure la proposta arrivata dal Pd di presiedere la commissione che si dovrebbe occupare di fare le riforme. È una mossa inutile, hanno risposto dal Popolo della Libertà, non è quello che ci interessa. Così, visto che da Bersani non è arrivata nessuna altra apertura, in serata è stata una dichiarazione di Angelino Alfano a mettere ancora una volta con le spalle al muro il leader dei Democratici: «Dal giorno successivo al voto fino a oggi, il Pd non ha mai realmente corrisposto al nostro comportamento responsabile e di buon senso e non ha mai formulato alcuna seria apertura: non ha affrontato i temi economici che davvero importano al Paese; ha occupato tutte le cariche istituzionali; ha preteso di inseguire ogni estremismo e giustizialismo. La vicenda è chiusa e l'ha chiusa Bersani che ora si trova nel vicolo cieco in cui si è infilato. Sta a lui, ora, rovesciare la situazione, se vuole e se può, nell'interesse del Paese». Durissima anche la replica arrivata, dopo pochi minuti, da largo del Nazareno: «Se le parole di Alfano alludono ad una richiesta di una trattativa che riguardi l'elezione del prossimo presidente della Repubblica, non c'è disponibilità da parte del Pd». Dunque è stata scritta la parola fine? Non ancora perché il segretario del Pdl un’ultima possibilità l’ha lasciata a Bersani. Quella di fermarsi, sedersi al tavolo e trattare una soluzione. Che, inevitabilmente, passa per il successore di Giorgio Napolitano. Berlusconi su questo punto è irremovibile. Non accetta altri scambi, non accetta soluzioni a metà. Il sì a un uomo gradito al centrodestra, ha ribadito anche ieri ai vertici del partito sentiti per telefono, deve essere pieno e soprattutto chiaro. Insomma messo nero su bianco. Anche una eventuale rosa di nomi proposta dal Partito Democratico non è accettata. Ma nel «pacchetto» per dare il via libera alla formazione di un governo Pd entra anche la lista dei ministri. Nelle caselle più delicate, come ad esempio quella della giustizia, il Cavaliere chiede che sia messo un uomo che non sia eccessivamente spostato a sinistra. Per essere chiari non certo uno come Roberto Saviano. Il problema però è la chiusura totale, su questi punti, di Pier Luigi Bersani. Il segretario non vuole cedere e non lo vogliono neppure i suoi fedelissimi. Questo non vuol dire comunque che i due partiti non si parlino. Al di là delle voci ufficiali gli «esploratori» – da una parte Denis Verdini e Gianni Letta, dall’altra Maurizio Migliavacca e Enrico Letta – continuano a parlarsi, a sondare il terreno, a cercare avvicinamenti. Che però, per il momento, non sono approdati a nulla. E il tempo si sta velocemente esaurendo. Neppure dalla Lega arriva un aiuto ai Democratici. Roberto Maroni ha concesso qualche apertura, in una intervista a «La Stampa» ha di nuovo ripetuto che un governo serve all’Italia e che il Carroccio è disponibile ad aiutarne la nascita. Ma quello è il punto massimo dove si può spingere il segretario leghista. Perché è impensabile che la Lega faccia qualcosa senza il via libera di Berlusconi. Così come nessun aiuto arriverà dal nuovo gruppo al Senato di Gal se il Cavaliere non vorrà. Dunque, come ha ripetuto Angelino Alfano, la scelta spetta ancora a Bersani. Sta a lui decidere se giocarsi l’unica carta che ha ancora disponibile oppure presentarsi da Napolitano a mani vuote. «Ha ottenuto il 29% ma si sta comportando come se avesse ottenuto piu' dell'80%. Ci auguriamo che il senso dell'equilibrio torni in campo – gli ha ripetuto Fabrizio Cicchitto – Il Pd, rispondendo ad Alfano, sembra dimenticare che ha già incassato la Presidenza della Camera e del Senato e che Bersani si è autocandidato alla Presidenza del Consiglio. Se a tutto ciò si aggiungesse anche la Presidenza della Repubblica si potrebbe credere che il Pd sia molto oltre il 51%. Anzi Bersani ha detto che anche se avessero ottenuto il 51% dei voti si comporterebbero sul piano istituzionale come se avessero ottenuto il 49%. Il Pd ha ottenuto il 29% ma si sta comportando come se avesse ottenuto piu' dell'80%». «Non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire – ha commentato il vicecapogruppo del Pdl alla Camera Maria Stella Gelmini – Che senso ha la puntualizzazione del Pd rispetto alle parole del nostro segretario nazionale Alfano? Se c'è la volontà di costruire per il Paese e di trovare una soluzione per le riforme, perché sottolineare ciò che divide?» «Maggior senso di responsabilità e minore impulsività – è la conclusione – possono essere due ingredienti politicamente molto utili. Soprattutto in queste ultime ore».
Alfano, offerta finale: «Vicenda chiusa, sta a Bersani rovesciarla»
Ultime ore per un accordo. La replica del Pd: «Nessuna disponibilità a trattare sul Colle»
