Politica

E nella Direzione lampo Pier Luigi «implora» pietà

Disperato Pur di andare a Palazzo Chigi il segretario chiede agli avversari di non impedire la nascita del suo governo

Quaranta minuti. Introduzione di Enrico Letta. Due interventi di cui uno, quello di Franco Marini, per chiedere che non si apra il dibattito. Conclusione di Pier Luigi Bersani. Saluti e un «augurio per il lavoro di questi giorni» da parte di Rosy Bindi. Il tutto in diretta streaming perché così esige la «nuova» politica. Un modo come un altro per dissuadere gli avversari che un tempo, in segrete stanze piene di fumo (c’è sempre del fumo nelle riunioni di partito), avrebbero urlato e battuto i pugni sul tavolo. Ora non più. Alla vigilia degli incontri decisivi con le altre forze politiche, quelli che serviranno per costruire il sostegno parlamentare «certo» richiesto dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano, il leader del Pd chiede che la Direzione del partito confermi la fiducia alla sua linea. Esito scontato. Al punto che Matteo Renzi, l’uomo nuovo pronto a far rinascere i Democratici dalle ceneri del fallimento bersaniano, si risparmia il viaggio a Roma. «La Direzione è stata convocata all’ultimo momento - si giustifica ospite di Radio Toscana - e io avevo dei precedenti impegni da sindaco». Guai, però, a parlare di divergenze con il segretario: «Bersani sta provando a formare un governo e io spero che, per il bene dell’Italia, ce la faccia». Certo, sullo sfondo restano le parole di un suo fedelissimo, il neodeputato Matteo Richetti, che a Repubblica spiega: «Se oggi facessimo una lista civica "Renzi per cambiare l’Italia" prenderebbe molti più consensi del Pd». Scissione in vista? Richetti chiarisce: «Ho detto che oggi Renzi prende più voti del Pd. Mai parlato di scissione. E nessuna strategia contro Bersani». «Confermo che i rapporti con Pier Luigi sono ottimi - gli fa eco il sindaco di Firenze -. È naturale che nel giorno del "Capodanno fiorentino" io sia ad occuparmi delle cose di questa città. In bocca al lupo a Bersani perché possa formare il governo di cui il Paese ha bisogno». Spento anche l’ultimo focolaio di possibile polemica su cui far esercitare la dialettica dei membri della Direzione, l’appuntamento del pomeriggio si trasforma in un noioso adempimento da sbrigare tra la fine dei lavori parlamentari e la cena. L’introduzione di Letta è un ripasso di ciò che è accaduto fino ad oggi. Il voto, la presenza di tre «grandi soggetti politici» incapaci di realizzare «accordi di coalizione», l’impossibilità di imitare la Grecia e tornare subito alle urne («con questa legge elettorale ci troveremo ad avere una situazione simile a quella attuale»). E visto che lo scenario su cui ragiona il Pd non è quello delle elezioni anticipate, ecco spiegato il lavoro di questi giorni. La linea è quella del «doppio registro» indicato da Napolitano: da un lato i temi dell’economia, del sociale, della moralizzazione pubblica, dall’altro le riforme della politica. Su quest’ultimo punto è possibile e necessario, spiega Letta, aprire «il dialogo con tutti». Magari pensando ad uno strumento che «non dia l’idea di fallimenti passati» (tradotto: no ad una nuova Bicamerale). Posto che anche se il Pd cercherà il più ampio consenso possibile non ci saranno trattative sul Presidente della Repubblica, si arriva all’appello finale. «Non si può più andare avanti così - avverte Letta -. Il Paese è vicino al collasso. Qualsiasi tentativo dopo questo sarà peggiore per l’Italia e peggiore per il Pd. Tutti si assumano le proprie responsabilità in Parlamento. Le tecniche possono essere tante e creative. Il tentativo è difficile, ma possibile. Diventa impossibile senza l’unità del partito». Difficile non interrogarsi su quelle «tecniche creative». Ci pensa Bersani, prendendo la parola dopo un dibattito appena accennato (interviene solo Vittoria Franco), a chiarire il concetto. La sua è quasi un’implorazione. «Tutti devono assumersi un pezzo di responsabilità - ripete -. Non chiediamo a nessuno l’impossibile. A Scelta Civica chiediamo se un’intesa è possibile. Agli altri di non impedire questa soluzione. Pdl e Lega escano dai cascami della campagna elettorale. E il MoVimento 5 Stelle vuole essere una comunità segreta o una forza partitica?» Insomma, l’impressione è che il leader del Pd sia ormai ad un passo dalla disperazione. Al punto di chiedere agli altri di «spostarsi» (uscire dall’Aula al momento del voto di fiducia?) per permettergli di arrivare a Palazzo Chigi.

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