Politica

Un magistrato e un politico privo di stile

Più passano i giorni, più Antonio Ingroia partecipa legittimamente - per carità - a questa sua prima campagna elettorale da candidato, addirittura alla guida di un governo pur improbabile, visti gli abissali rapporti di forza con i concorrenti, più c’è da chiedersi se egli sia più anomalo come magistrato, in aspettativa dal 22 dicembre scorso, o come politico. Anomalo nel senso naturalmente indicato da un buon dizionario della lingua italiana, cioè «di fatto o fenomeno non riconducibile alla maggior parte dei casi presi in esame», come spiegano Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli. Nel bene e nel male, dipende naturalmente da chi ha voglia o interesse ad occuparsene. Reduce da uno scontro con la sua collega Ilda Boccassini che gli ha procurato molte deplorazioni, a destra e a sinistra, per allusioni a giudizi negativi su di lei attribuiti ad un uomo - e che uomo, Paolo Borsellino - condannato al silenzio dalla morte - e che morte, dilaniato a Palermo con l’esplosivo dalla mafia il 19 luglio 1992, meno di due mesi dopo la fine ancora più tragica del collega ed amico Giovanni Falcone; reduce, dicevo, da un infortunio così spiacevole, Ingroia ha ieri voluto sorprenderci con una intervista a Il Fatto riguardante anche la sua ultima inchiesta giudiziaria. Quella naturalmente sulle presunte trattative fra lo Stato e «Cosa Nostra» durante le stragi mafiose di una ventina d’anni fa. Un’inchiesta nel corso della quale Ingroia e i suoi colleghi della Procura palermitana sono incorsi in quattro «casuali» e «indirette» intercettazioni del capo dello Stato, a colloquio telefonico con uno degli indagati ora a rischio di rinvio a giudizio: l’ex ministro democristiano dell’Interno, poi ex presidente del Senato e infine ex vice di Giorgio Napolitano alla presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino. Quelle telefonate, durate complessivamente una ventina di minuti, due in entrata e due in uscita dal telefono sotto controllo di Mancino, come sullo stesso Fatto si rivelava ieri, «sono ben impresse nella mia memoria», ha detto Ingroia con un sorriso certificato da chi ne ha raccolto le parole. «Diciamo che le metto nel mio archivio», ha aggiunto il magistrato e candidato alle elezioni, probabilmente convinto di scherzare. E per nulla preso dal dubbio, evidentemente, di fare dello scherzo a dir poco inopportuno, in entrambe le vesti, ripeto, di magistrato e di politico. Non gli è minimamente passato per la mente che un po’ di buon senso e/o di buon gusto, senza scomodare altro, avrebbe dovuto suggerirgli o di rifiutare la domanda, alla quale ha appunto risposto in quel modo, o di cavarsela, magari sempre con il sorriso, dicendo che le registrazioni di quelle telefonate, da lui sentite per compiti d’ufficio e ritenute irrilevanti ai fini delle sue indagini, le aveva già dimenticate. Cancellate doverosamente dalla memoria, così come domani - lunedì - saranno distrutte materialmente per ordine del giudice competente. Un ordine che, per quanto disposto con una procedura indicata con tanto di sentenza dalla Corte Costituzionale, inappellabile come tutte le decisioni della Consulta, Ingroia ha mostrato nell’intervista di non condividere, non si è capito se più come magistrato o come politico. Un avversario, togato e non, del leader del movimento chiamato epicamente «Rivoluzione civile» potrebbe magari essere tentato di dire, a costo di procurarsi una denuncia, che a furia di indagare sulla mafia un magistrato potrebbe rischiare di assumerne sgradevolmente i doppi sensi, le allusioni, le minacce e quant’altro. Noi non lo diciamo, e non per vigliaccheria. Né vogliamo pensarlo. Ma i metodi e lo stile di Ingroia, come magistrato e come politico, non ci piacciono per niente. Proprio per niente.

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