Politica

La debolezza di Bersani e Vendola chiusi in una gabbia senza chiavi

di Francesco Damato N ichi Vendola si sente forse in crescente credito di solidarietà. Non si sa però se per lui siano diventate più rischiose le passeggiate per le strade di Roma, dove gli è purtroppo capitato di ricevere minacce, insulti e quant'altro di deplorevole per la sua onesta e dichiarata omosessualità, o gli sviluppi della campagna elettorale. Da cui, a dispetto della fiducia che deve comprensibilmente ostentare per non indebolirsi ulteriormente, egli risulta sempre più a rischio di abbandono da parte dei suoi alleati. Pier Luigi Bersani ha un bel difendere l'integrità del suo "polo" di cosiddetto centrosinistra dalle forbici di Mario Monti, che gli chiede di tagliare appunto Vendola ricambiando l'incompatibilità gridatagli in faccia ogni giorno dal governatore della Puglia. Più prende corpo non dico il "sorpasso" che Silvio Berlusconi, con o senza il "binocolo" contestatogli dal segretario del Pd, vede ed annuncia a chi lo intervista, ma semplicemente una vittoria mutilata della sinistra, piena alla Camera e insufficiente al Senato, e più diventa impossibile a Bersani prescindere da un negoziato con il presidente del Consiglio dimissionario. E ciò a dispetto del veto che gli oppone Vendola e che lui, Bersani, è ora costretto a fingere o di ignorare o di considerare aggirabile con chissà quale marchingegno. Magari inventato in extremis, nelle ultimissime settimane del suo mandato presidenziale, dall'anziano e stanco ma pur sempre autorevole, volenteroso e immaginifico Giorgio Napolitano. Che, anche volendolo, per assurdo, non potrebbe disporre lo scioglimento anticipato, cioè immediato, delle Camere appena elette e insediate perché impedito dai limiti del suo cosiddetto semestre bianco. Limiti derogabili solo quando gli ultimi sei mesi del settennato presidenziale "coincidono in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura", come dice l'articolo 88 della Costituzione. Dopo il voto del 25 febbraio, quindi, solo il successore di Napolitano potrà sciogliere il nuovo Parlamento, se e quando quest'ultimo sarà in grado dal 15 aprile in poi di mandare al Quirinale un altro inquilino. E non si troverà invece così malmesso, con troppi partiti in campo e troppo divisi, da supplicare il capo dello Stato uscente ad accettare una paradossale rielezione per forza maggiore, allo scopo proprio di potere sciogliere le nuove Camere. "O anche una sola di esse", come dice sempre l'articolo 88 della Costituzione. Ed ha recentemente immaginato la presidente del Pd, e vice presidente uscente di Montecitorio, Rosy Bindi per punire un Senato eventualmente colpevole di essere uscito dalle urne senza un risultato pienamente utile al suo partito, a causa dei premi di maggioranza assegnabili a livello regionale e non nazionale. D'accordo, questo sarebbe uno scenario a dir poco allucinante. Ma di cui porterebbero la responsabilità tutti i partiti, a cominciare da quello della Bindi naturalmemte, che per insipienza o calcolo, poco importa a questo punto, dopo il solito e stucchevole scaricabarile, hanno voluto andare alle urne con questa legge elettorale. Della quale si conoscevano gli inconvenienti. Una legge che rimarrebbe naturalmente in vigore se, in mancanza di un nuovo governo e di una nuova maggioranza, si dovesse tornare subito a votare. Il cinismo dei partiti non ha soltanto prodotto un turno elettorale che rischia, per la legge appunto che lo regola, di rivelarsi inutile e di aggravare così la crisi istituzionale, e non solo economica, del Paese. Esso ha prodotto anche false svolte o addirittura rivoluzioni, come si può adesso dire, per esempio, delle tanto reclamizzate primarie del cosiddetto centrosinistra. Alle quali i partiti di Bersani e di Vendola continuano a richiamarsi con orgoglio per reclamare il diritto di restare insieme di fronte alle mutilazioni chieste da Monti, pur avendo voluto arrivarvi con un accordo -la famosa "Carta d'intenti" sottoscritta il 13 ottobre del 2012- che oggi li fa entrambi prigionieri di una gabbia di cui hanno perso le chiavi. In quella "Carta d'intenti", articolata in dieci "punti", i "democratici e progressisti" Bersani e Vendola si impegnarono testualmente, all'ombra della solita "Europa", a "cercare" in Italia "un terreno di collaborazione con le forze del centro liberale". Che era fermo allora a quello coltivato dall'ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, già guardato da Vendola con un sospetto , a dir poco, ricambiato dal leader dell'Udc. Ma la successiva "salita" di Mario Monti in politica ha reso quel centro ancora più impegnativo, e ingombrante, per Bersani e più indigesto per Vendola. Il quale, dal canto suo, anche se fosse lontanamente tentato dalla "moderazione" che molto generosamente gli attribuisce Eugenio Scalfari nelle domenicali raccomandazioni a Monti a non scambiare l'alleato del Pd per un "bolscevico", ne è impedito da un altro incidente capitatogli per strada dopo le primarie. E' la concorrenza elettorale esercitatagli a sinistra dalla imprevista "Rivoluzione civile" di Antonio Ingroia e compagni ex magistrati. Una concorrenza, peraltro, che ha già portato Vendola, nei sondaggi, ai limiti della soglia del 4 per cento dei voti, a lui necessaria per l'accesso al Senato. Dove si giocherà la partita del dopo-elezioni. Bel capolavoro di preveggenza hanno dunque compiuto Bersani e il suo alleato "irrinunciabile" con le primarie dello scorso autunno. Che riuscirono ad incantare, bisogna ammetterlo, anche molti di noi cosiddetti moderati, sino a contestare a Berlusconi di non avere voluto adottarle, o di averle prima permesse e poi bloccate, nel suo partito o schieramento. Ancora una volta il Cavaliere si è presa una rivincita, visti i guai in cui sono riusciti a ficcarsi Bersani e Vendola. Che, come i diavoli, hanno fatto le pentole ma non i coperchi.

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