Politica

E' l'ora dei partiti delle lobbies

"Il gallo del mattino già due volte ha salutato l'alba": a guardare il disfacimento, l’ennesimo, della forma partito nel nostro Paese viene in mente l’oblio del potere in Riccardo III, tragedia shakespeariana sul potere e sulla sua natura. Dopo la morte del partito come l'avevamo conosciuto nel Novecento, strutturato, radicato territorialmente, popolare (nel senso letterale, di popolo), portatore di convinzioni e rivolto alla conquista del potere per farne pezzi di realtà, una forma-partito spazzata via dalla fine delle ideologie, da Mani pulite e dalla scoperta di Tangentopoli, sembrava che l'Italia, con la fine degli anni Novanta e l'avvento del XXI secolo, fosse entrata in una nuova epoca: quella del partito carismatico. Sembrava, perché le cronache del 2011 e del 2012 ci raccontano il dissolversi pure del partito costruito sul carisma di un leader. L'uscita di scena di Berlusconi nel novembre scorso, ideatore e realizzatore prima di Forza Italia e poi del Popolo della libertà, la caduta lenta di Bossi e della sua Lega, l'impasse di Di Pietro e della sua Italia dei valori ferma a percentuali di consenso al di sotto della doppia cifra, il non decollo di Vendola, l'afflosciarsi del sogno del Partito Democratico proprio in mancanza di una figura di carisma - fatta salva la stagione di Prodi che, non a caso, ha vinto per due volte le elezioni - la stagnazione del centro casiniano, ci dicono che anche la mutazione genetica del partito, da struttura radicata in formazione appesa alle virtù di un capo, è ormai al capolinea. Un fine corsa inglorioso, assediato dalla rabbia dell'antipolitica, dai vaffa di Beppe Grillo e da una democrazia che si è fatta ventriloqua e decide attraverso i tecnici perché il consenso le forze politiche non ce l'hanno o, nella migliore delle ipotesi, ne hanno poco. In questo bailamme - una vera rivoluzione per un democrazia parlamentare incentrata sui partiti come intercapedini della volontà popolare - ciò che lascia di stucco è la non comprensione della politica nazionale di ciò che sta accadendo. Ascoltare il dibattito pubblico attorno ai rimborsi elettorali, giudicati da (quasi) tutto l'arco costituzionale, necessari alla sopravvivenza della democrazia fa pensare al soliloquio di Riccardo III, in preda alla crisi della virilità del suo potere: "Un cavallo, un cavallo, il mio Regno per un cavallo". Quel che serve ai nostri partiti, e dovrebbe essere la politica la prima ad accorgersene per non scomparire, è un vero e proprio ripensamento della loro stessa forma. Morta la struttura novecentesca, naufragata la forma carismatica, è davvero arrivato il momento di vincere l'eterno falso moralismo italiano (simile, nei suoi tic, a quello di chi si scandalizza per la fotografia del calciatore del Livorno Morosini a terra, pubblicata domenica scorsa dal nostro giornale) che vuole i partiti estranei agli interessi, legittimi, in gioco in una moderna società democratica ed occidentale. Ciò di cui l'Italia e la nostra democrazia hanno bisogno è la fine di questa pruderie, un infingimento che vorrebbe il superamento delle lobbies attraverso la legge sul finanziamento pubblico o sui contributi elettorali. No, ciò che oggi è necessario è far emergere questa attività lobbistica, renderla trasparente e visibile perché i partiti, nel XXI secolo che ha sepolto tutte le ideologie del Novecento, sono soprattutto rappresentanza di interessi, di categorie, di forze attive nella società. Non serve convertirsi al calvinismo per rimodellare i partiti italiani su questa semplice constatazione di realtà, per sganciarli dai soldi pubblici, per renderli corpi vivi nella nostra società e per far sì che i privati che puntano su una fazione politica lo facciano alla luce del sole. Carte in tavola, di questo ha bisogno la democrazia italiana. Di uscire dalla pornografia della forma per entrare nella carne e nel sangue di una democrazia occidentale che deve fare i conti con un mondo che cambia e con nuovi attori, comprimari sino a trent'anni fa come la Cina, l'India e il Brasile. Svegliatevi, il futuro è già qui.

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