Non occorre avere frequentato Silvio Berlusconi con una certa assiduità, e avere anche lavorato nel suo gruppo televisivo, come mi è capitato, pur non avendo fatto parte per fortuna della cerchia degli amici più stretti, visto lo scempio che alcuni di questi hanno perpetrato della sua fiducia o generosità, per prevedere che il presidente del Consiglio rimarrà al suo posto sino a quando disporrà di una maggioranza parlamentare. Come ha capito il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che non ha avuto con lui né vecchie né assidue frequentazioni ma ne ha ben appreso il temperamento. E, diversamente da quanto avrebbero fatto altri, predecessori o solo mancati aspiranti al Quirinale, rifiuta la sola idea di forzarlo o intimidirlo con una violazione della Costituzione. Tale sarebbe, per esempio, una qualsiasi iniziativa del capo dello Stato per obbligare alle dimissioni il capo del governo o, addirittura, in mancanza di queste, per sciogliere anticipatamente le Camere lamentandone il cattivo funzionamento. Per quanto esse si siano appena rivelate capaci di approvare in pochi giorni manovre finanziarie assai complesse e controverse. Non dimentichiamo che anche di questo -cioè di uno scioglimento delle Camere senza sfiducia o crisi ministeriale- si è avuta la sfrontatezza di parlare e di scrivere dalle parti delle opposizioni. Ciò è accaduto sino a quando il presidente della Repubblica non le ha azzittite ricordando ripetutamente il suo dovere di tutelare e garantire qualsiasi governo provvisto della fiducia del Parlamento. Se così stanno le cose, come sicuramente stanno, tra il forte temperamento del presidente del Consiglio, i suoi numeri parlamentari e la fedeltà del capo dello Stato alla Costituzione, c’è da chiedersi perché mai le opposizioni e le loro appendici più o meno improvvisate, sia pure con diversità di toni, da quelli beceri di Pier Luigi Bersani, Antonio Di Pietro e Susanna Camusso a quelli meno irrispettosi di Pier Ferdinando Casini ed Emma Marcegaglia, continuano un giorno sì e l’altro pure a reclamare il "passo indietro" di Berlusconi. Non si può umanamente e ragionevolmente pensare che essi sperino davvero di convincere il Cavaliere che una crisi di governo, come vanno delirando, fra gli altri, Massimo D’Alema e Dario Franceschini, nel bel mezzo di una crisi economica e monetaria valga quanto una, due e forse anche tre manovre finanziarie ben combinate. No. Qui sotto c’è dell’altro, che Bersani non può dissimulare più di tanto dividendosi fra i suoi comizi incendiari contro il governo e la presenza devota alla chiusura del Congresso eucaristico, come ha fatto passando da Pesaro ad Ancona nelle ultime quarantotto ore. In realtà, si reclamano le dimissioni di Berlusconi prevalentemente per impedirle. Si intima al Cavaliere di "lasciare" soprattutto per fargli passare la tentazione di farlo, se mai l’avesse avuta o gli venisse in questo diabolico scorcio di legislatura, nel quale peraltro la magistratura ha ripreso a rosolarlo ben bene, se mai avesse smesso di farlo. Come qualcuno forse si era illuso, o aveva temuto, secondo i gusti, nei giorni in cui le cronache giudiziarie erano sembrate arretrare davanti a quelle dei mercati finanziari. In questa situazione, quanto più il presidente del Consiglio viene provocato e costretto a resistere all’assedio politico e giudiziario, condotto anche con il solito e osceno abuso delle intercettazioni disposte -pensate un po’- a tutela della sua posizione di parte lesa in una vicenda di ricatti, tanto più il governo viene oggettivamente indebolito. E destinato a concludere la legislatura, non importa se fra diciotto o nove mesi o ancora meno, in condizioni tali da precludere una vittoria elettorale a chiunque altro dovesse assumere la guida di una coalizione di centrodestra, visto che non sarà certamente Berlusconi a farlo ancora. Lo ha detto e lasciato capire lui stesso, direttamente o con le parole di Fedele Confalonieri, l’uomo che gli è veramente più vicino e affezionato: più ancora del pur fidatissimo Gianni Letta. Le frequenti dichiarazioni del segretario del Pdl Angelino Alfano per una ricandidatura del Cavaliere a Palazzo Chigi sono state dettate più dal galateo umano e istituzionale che dal realismo politico. Solo la prospettiva di un governo veramente allo stremo, e di un Pdl costretto -speriamo di no- a dividersi sino alla paralisi fra l’obbligo della lealtà ad un leader perseguitato, al netto dei suoi indubitabili errori, e il gioco sempre più vessatorio di una Lega in piena deriva statalista e sperperatrice, anche a costo di preferire le tasse alla eliminazione degli sprechi, dalle pensioni anticipate d’anzianità alle province non da abolire ma da chiamare diversamente, potrebbe rimettere in gioco un Bersani e un Pd semplicemente bolliti. Parlo di un Bersani, per esempio, che alla chiusura della festa nazionale del partito, volendo difendere il suo ex braccio destro Filippo Penati, imputato di corruzione e finanziamento illegale della politica, non ha potuto farne il nome per paura forse di essere sommerso dai fischi. O ha dovuto minacciare, solo minacciare, di denuncia l’ex compagno di partito Fabio Mussi, neppure lui citato per nome, a causa dei dubbi espressi sulla incidenza delle tangenti negli ultimi congressi post-comunisti. O ha dovuto richiamare alla lealtà certi alleati evidentemente poco o per niente leali senza poterne neppure questa volta fare i nomi, per paura evidentemente di perderli definitivamente per strada. Si tratta naturalmente dei soliti Di Pietro e Nichi Vendola. O ha dovuto rinviare ad una generica fine dell’anno la "Convenzione nazionale" del partito destinata a produrre "il progetto per l’Italia di domani", cioè un programma di governo. Di cui ora egli può solo indicare i titoli, non certo i contenuti, nel timore forse di scoprirsi in minoranza nel Pd, o privo di interlocutori per un’alleanza, che si chiami di nuovo Ulivo o no, visto che da escludere sembra che sia il nome "Unione", sufficientemente sputtanato dall’ultima avventura di governo di Romano Prodi.
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