La Regione Lazio è in grave ritardo sul piano casa, compresa l'ultima versione del decreto sviluppo che prevede il silenzio assenso in caso di reiterato mancato nulla osta delle autorità locali. Com'è possibile? Semplice: il piano laziale concede aumenti di cubatura maggiori di quello nazionale (fino al 60 per cento anziché il 20), la demolizione e ricostruzione di interi condomini, ed infine i cambi di destinazione. Ma è al tempo stesso più restrittiva sull'utilizzo degli edifici dismessi: che in una realtà come Roma equivalgono ad un medio capoluogo di provincia. La maggioranza di centrodestra dà la colpa all'opposizione, che ha presentato ben 2 mila emendamenti: un ostruzionismo degno di un attentato alla Costituzione. A sua volta però non c'è accordo neppure col comune, sempre a guida Pdl. Tutto ciò sta rallentando anche l'altra linea d'intervento, l'housing sociale. In bilico ci sono 550 milioni, dei quali circa 500 a carico dei privati. Il risultato è che il Lazio è l'unica tra le Regioni a non avere ancora firmato gli accordi con il ministero delle Infrastrutture, indispensabili a sbloccare i fondi Cipe. Andiamo avanti. Lars Petersson, amministratore delegato di Ikea Italia, ha annunciato la rinuncia a costruire vicino a Pisa un mega-store da 15 mila metri quadri, che avrebbe dato lavoro immediatamente a 400 persone, con la prospettiva di assumerne altre 200. Motivo: sei anni di attese tra pratiche burocratiche e liti politiche, in quel caso tutte interne alla sinistra, sono troppi anche per i flemmatici svedesi. «Investire in Italia - spiega Petersson - significa affrontare un percorso inverosimilmente lungo. Neppure un grande gruppo come il nostro può sopportare questo peso». I 100 milioni già stanziati saranno forse dirottati all'estero. Pochi chilometri da Pisa, a Livorno, aveva alzato bandiera bianca la Esselunga. I proprietari dei terreni, la famiglia Fremura, hanno preferito vendere alla Unicoop per 31 milioni di euro, nonostante la Esselunga ne avesse offerti 40 milioni. La faccenda ha assunto forti venature politiche, perché Bernardo Caprotti, il patron di Esselunga, ha denunciato sui giornali casi analoghi in Emilia, scrivendoci pure un libro: «Falce e carrello». Nel frattempo a Livorno si è costituito un comitato di cittadini «Vogliamo la Esselunga», con sito su Facebook, mentre un altro comitato forse di diverso sentire politico denuncia che Caprotti starebbe nientemeno che «tentando di aprire sotto falso nome». Proseguiamo. A Porto Tolle (Rovigo), la nuova centrale Enel è bloccata dal Consiglio di Stato dopo una via crucis che ha portato l'ente a ricorrere, e vincere, al Tar. Gli avversari sono gli ambientalisti del vicino comune di Rosolina. L'impianto, a carbone pulito, è strategico per l'Italia ora che il nucleare è stato riposto in soffitta. All'altro capo dell'Adriatico non ha miglior sorte il rigassificatore della British Gas di Brindisi, fermo da oltre 12 anni. Stessa storia per la centrale della svizzera Repower a Saline Ioniche, in provincia di Reggio Calabria. L'elenco potrebbe ovviamente proseguire. Per esempio con l'impianto di Biomasse della Maccaferri ad Arezzo, 100 milioni di investimento e 450 posti di lavoro bloccati da cinque anni. O con il centro di stoccaggio del gas di Rivara (Modena), le cui pratiche sono iniziate nel 2002. Anche se pare che il record spetti di nuovo alla Esselunga: la riconversione in supermarket di un ex stabilimento Pirelli di Cusano Milanino è in attesa da ben 24 anni. Il fenomeno in Italia sta diventando talmente rilevante da aver prodotto due movimenti che agiscono in parallelo: oltre ai tradizionali «Nimby» (not in my back yard, non nel mio cortile), ecco i «Nimto» (not in my term of office, non durante il mio mandato). Nei primi sono presenti comitati di base, nei secondi amministratori che non vogliono rogne. Fatto sta che si è addirittura costituito un «Nimby Forum», in grado di esibire come scalpi ben 320 progetti bloccati. Si parla molto di riforme a costo zero per far ripartire la crescita. Così come della carenza di investimenti, tanto più stranieri. Qui non c'è il costo zero: ci sono svariati miliardi, stanziati e senza un euro a carico dello Stato, che volano via. Il governo ha lodevolmente promesso semplificazioni e intere aree a burocrazia zero: attendiamo sviluppi.
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